’Ndrangheta, suicida l’ex giudice di Palmi condannato a 4 anni
di Annalisa D'Aprile wROMA «Io dovevo fare il mafioso, non il giudice» era stata la frase choc pronunciata dall'allora giudice Giancarlo Giusti e intercettata dagli investigatori durante una telefonata. Processato per i suoi presunti rapporti con esponenti della 'ndrangheta, incastrato dalla sua ossessione per il sesso, si è impiccato ieri nel garage della casa di Montepaone Lido, Catanzaro, dove viveva da quando gli erano stati concessi gli arresti domiciliari. Concessi proprio l'ex gip del tribunale di Palmi, 48 anni, aveva già provato ad uccidersi nel 2012, quando era detenuto nel carcere di Opera, Milano. Rimasto impigliato in due inchieste della Dda di Milano e Catanzaro, arrestato per corruzione aggravata dalla finalità mafiosa, Giusti viene intercettato dagli investigatori mentre è al telefono con il presunto boss della 'ndrangheta Giulio Lampada. «Non hai capito - diceva l'ex magistrato - chi sono io ... sono una tomba, peggio di ... ma io dovevo fare il mafioso, non il giudice». Un altro elemento emerso dall'inchiesta che ha portato al suo arresto è stata quella che gli inquirenti hanno definito «l'ossessione» dell'ex giudice per il sesso, oltre che per «i divertimenti, gli affari e le conoscenze utili». In un «diario informatico» tenuto da Giusti e sequestrato dai magistrati milanesi, annotava tutto ciò che faceva facendo riferimento anche ai suoi incontri a scopo sessuale. «Venerdì - scriveva e - notte brava con (...) Simona e Alessandra. Grande amore nella casa di Gregorio». Giusti è stato trovato ieri mattina da un parente, preoccupato perché non ne aveva notizie da giorni. Il cadavere è stato trovato nella tavernetta della villa, intorno nessun biglietto. Per impiccarsi avrebbe utilizzato un cavo che ha legato a un finestrone. Il suicidio potrebbe risalire a qualche giorno fa. Spetterà all'autopsia, disposta dal pm Fabiana Rapino, spiegare i dettagli del suicidio. Giusti è stato arrestato una prima volta nel 2012 nell'ambito, appunto, dell'inchiesta della Dda milanese sulla cosca Lampada, operativa in Lombardia. Quell'arresto gli è costato il posto: immediata la sospensione del Csm. Poi è seguita la condanna a 4 anni del tribunale di Milano. Subito dopo la sentenza Giusti ha tentato il suicidio, fallito grazie al tempestivo intervento delle guardie penitenziarie. Nel febbraio 2014 a carico di Giusti viene emessa un'altra ordinanza di custodia cautelare, questa volta su richiesta della Dda di Catanzaro nell'ambito di un'inchiesta coordinata dal procuratore Vincenzo Antonio Lombardo. Secondo l'accusa l'ex magistrato aveva preso una mazzetta da 120mila euro per favorire, nella qualità di giudice del riesame di Reggio Calabria, la scarcerazione di tre elementi di spicco della cosca Bellocco. Corruzione in atti giudiziari, aggravata dal fatto di avere agevolato una cosca di 'ndrangheta, l'accusa contestatagli. E per quest'accusa, Giusti era in attesa della sentenza del tribunale di Catanzaro. In realtà, lui pensava di essere stato «condannato ingiustamente». E diceva: «Sono stato leggero. Mi pento di aver infangato la toga, ma non sono un corrotto». ©RIPRODUZIONE RISERVATA