Ma per Confcommercio la manovra è una stangata
di Andrea Di Stefano wMILANO Una nuova stangata fiscale che potrebbe arrivare a quasi 73 miliardi di euro tra il 2015 e il 2018 a causa delle clausole della legge di stabilità ma anche del federalismo fiscale. Ieri l'Ufficio studi di Confcommercio ha pubblicato il consueto rapporto sulla stato di salute dell'economia e dei consumi italiani che prefigura un nuovo baratro fiscale, ma anche qualche segnale di timida ripresa. Legge di stabilità. Per ottenere il via libera dalla Ue il governo ha introdotto anche quest'anno le cosidette clausole di salvaguardia: qualora i conti pubblici non dovessero procedere come previsto e alcuni voci di incassi o minori spese non fossero rispettate, scattarebbero allora le norme automatiche destinate a produrre un maggior carico fiscale per 728 milioni nel 2015, 16,8 mld nel 2016, 26,2 mld nel 2017 e 28,9 nel 2018, per un totale di oltre 72,7 miliardi. Tra le misure destinate a scattare in automatico diverse accise sui prodotti di largo consumo (compresi quelli alimentari) oltre a tabacchi e carburanti. Ma non è finita qui. Prelievo sulla casa. Nonostante le dichiarazioni e le promesse dei diversi governi, anzi proprio a causa anche della confusione normativa, il mattone risulta uno dei più penalizzati dal prelievo fiscale soprattutto a livello territoriale. Le imposte locali sugli immobili continueranno a salire anche nel 2015, per attestarsi a 31,88 miliardi rispetto ai 27,80 miliardi di euro del 2013, tra Ici, Imu, Tasi, Tarsu, Tares e Tari. Tra il 2011 e il 2014, emerge dall'indagine che l'aumento è stato addirittura del 115,4%. Secondo il direttore dell'Ufficio studi, Mariano Bella, «la crescita della tassazione immobiliare violentissima riduce anche il rendimento netto degli immobili, crollano i prezzi e questo incide sulla riduzione dei consumi perché ci si sente più poveri». Inoltre la pressione fiscale determina una contrazione delle compravendite e una riduzione dei valori immobiliari che in alcune aree ha raggiunto anche le due cifre percentuali. Mina federalismo fiscale. All'apparente arretramento della fiscalità centrale (anche per effetto del bonus da 80 euro) ha corrisposto un andamento fuori controllo del cosidetto federalismo fiscale. Secondo Confcommercio nel 2014 le imposte locali costano ben 4.200 euro a famiglia e in rapporto al Pil sono più che raddoppiate dal 1995 al 2014, passando dal 2,9% al 6,5%. In termini di valore i tributi locali, sempre nel 2014, pesano per 104,7 mld e quelli centrali per 381,6 mld. Il federalismo fiscale inoltre, ad avviso di Confcommercio, genera iniquità e incertezza oltre a maggiori tasse in certe zone del Sud dove è incompiuto. A parità di imponibile Irap e Irpef, di 50mila euro, infatti, un contribuente che abita nel Lazio, in Campania o in Calabria versa 2.350 euro in più rispetto a un altro che, ad esempio risiede in Sardegna, dove si registra il più basso gettito. Se infatti, in Campania e Calabria il gettito è di 19.220 euro (38,44%) e nel Lazio di 19.020 euro (38,04%), in Sardegna il gettito è di 16.870 euro (33,74%). Dallo studio si osserva inoltre che, rispetto alla Lombardia, la differenza di gettito è di 850 euro in più, tra l'altro, «a servizi spesso peggiori corrispondono imposte maggiori, con una perdita di reddito netto rispetto ai minimi di oltre il 7%». Più tasse e Pil giù. L'associazione dei commercianti non ha mancato l'occasione per sottolineare che l'incremento della spesa pubblica non aiuta la crescita del Pil. In proposito l'ufficio studi ha portato l'esempio dell'Irlanda, uno dei paesi travolto dalla crisi e destinatario dei piani di salvataggio della Trojka, che dal 1994 al 2014 ha registrato un incremento reale del pil del 70% a spesa invariata mentre il nostro Paese si ritrova, nello stesso periodo, con una crescita zero della ricchezza nazionale e una spesa pubblica cresciuta del 5%. L'analisi diventa ancora più impietosa se si considera che dal 2007 la spesa per interessi è rimasta stabile, mentre quella per le partite correnti, nonostante l'austerity, è cresciuta del 12,3% producendo un'incidenza complessiva della spesa pubblica sul Pil ben oltre il 50% arrivando a toccare nel 2014 il record del 51,7% (complice ovviamente anche la recessione). Ripresa in vista. Nonostante i dati il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli vede rosa. «Con meno tasse e meno spesa improduttiva potremmo ricordare il 2015 come l'anno della ripresa». «Registriamo segnali di risveglio economico che non autorizzano a facili ottimismi, comunque, si evidenzia una inversione di tendenza - ha spiegato Sangalli - che però deve essere supportata con politiche di sostegno della domanda interna partendo dall'abbassamento della pressione fiscale per famiglie e imprese». ©RIPRODUZIONE RISERVATA