«Blues e spaghetti le mie radici nel nuovo album»
PAVIA Girare il mondo con l' armonica alle labbra e il cappello in testa, con l'unico scopo di toccare, con la sua musica, il cuore delle persone che incontra: è lo spirito con cui da quarant'anni Fabrizio Poggi compone ed esegue i suoi dischi blues, genere che più di ogni altro gli consente di avvicinarsi all'anima di chi lo ascolta. Con questo identico proposito oggi pomeriggio alle 18 sarà al Bar Trapani di via Montemaino (quartiere Mirabello), protagonista del consueto pomeriggio domenicale "live" a ingresso gratuito. Per l'occasione sarà accompagnato dai "Chicken Mambo" ovvero Enrico Polverari (chitarra), Tino Cappelletti (basso) e Gino Carravieri (batteria) e presenterà il suo diciottesimo album dal titolo "Spaghetti Juke Joint" (Appaloosa, in vendita nei negozi di dischi e su internet). Premio Oscar Hohner Harmonicas e candidato ai Blues Music Awards 2014, abbiamo chiesto a Poggi di raccontarci qualcosa in più su questo suo ultimo lavoro discografico. Come definirebbe "Spaghetti Juke Joint" rispetto agli altri suoi dischi? «Sicuramente come un ritorno alle origini, un omaggio alle mie radici musicali. In quest'ultimo album, infatti, ho recuperato le sonorità che ascoltavo agli inizi della mia carriera, ispirate a Freddy King, Canned Heat, Johnny Winter e ZZ Top, al southern sound di New Orleans, al British blues di Johhny Winter e alla musica di Muddy Waters e Howlin' Wolf. Rispetto ai miei ultimi lavori, in cui mi ero avvicinato allo spiritual e al gospel, questo è un disco più energico e vivace». Un attacco di nostalgia? «Un po' sì. A giudicare dal riscontro che sta avendo, pare che anche il mio pubblico avesse voglia di qualcosa di più movimentato. Tanta gente che ha iniziato a seguirmi negli ultimi tempi non conosceva questo mio lato ma ha apprezzato il cambiamento». Cosa significa "Spaghetti Juke Joint"? «È un omaggio agli italiani che alla fine dell'Ottocento andarono a raccogliere il cotone al fianco dei neri nelle piantagioni del Mississippi, lottando strenuamente contro zanzare, inondazioni e pregiudizi razziali. Loro erano là quando gli afroamericani inventarono il blues e magari qualche italiano aprì davvero un "Juke Joint" (le bettole dove si suonava questo genere) da qualche parte tra i campi di cotone. E in quel caso quale nome avrebbero potuto scegliere se non "Spaghetti Juke Joint"?» Il blues è una musica intimamente nera e intimamente americana, nata dalla sofferenza di un intero popolo. È difficile per un bianco (italiano per di più) risultare convincente? «La stessa domanda me la faccio io da anni ma la risposta me l'ha data un giorno Jimmy Carter, leader dei "Blind Boys of Alabama". Cieco dalla nascita, con la saggezza dei suoi novant'anni mi ha detto: "Vedi, Fabrizio, quando ero piccolo hanno tentato di spiegarmi la differenza tra bianco e nero, così come hanno provato a convincermi che un italiano è diverso da un americano o da uno svedese. Io queste differenze non le posso vedere, ma posso sentirti suonare: e quando tu suoni l'armonica, ragazzo, per me sei mio fratello"». Una bella lezione di vita. «Una lezione assolutamente vera. In America, dove sono stato tante volte e dove tornerò in autunno, ho sempre ricevuto apprezzamenti e nessuno si è mai sognato di dirmi che un italiano non può suonare il blues. Anzi, per quanto io abbia sempre la sensazione di andare a vendere ghiaccio agli eschimesi, finchè vivrò mi ricorderò di quell'anziana signora di colore che una volta a fine concerto venne da me, mi abbracciò e mi disse: "Ragazzo, tu mi hai davvero toccato il cuore". Quel giorno ho capito perchè avevo scelto il blues: perchè solo chi ha un buco al posto del cuore può riuscire a non amarlo». E parlando di cuore arriviamo ad Angelina, la sua compagna di sempre. «La mia forza, il mio sostegno, la donna grazie alla quale ho potuto realizzare i miei sogni. Se ogni volta tutti mi chiedono di suonare "Song for Angelina" credo sia proprio perchè si riconoscono nelle parole di quella canzone: con un po' di fortuna, infatti, tutti nella vita trovano la propria Angelina». Serena Simula