Ci vuole senso della responsabilità e del limite
Professor Pessina, qual è, complessivamente, la sua posizione sulla fecondazione assistita? «Delegare alla scienza e alla tecnica la generazione umana pone seri interrogativi sul senso delle nostre relazioni e sulla stessa immagine di figlio, e quindi di uomo, che vogliamo valorizzare. Stiamo sottovalutando la portata reale e simbolica di questa tecnica che si sta dilatando in molte forme». Qual è, nel merito, il suo giudizio sulla legge 40/2004 e le modifiche imposte da sentenze della corte costituzionale? «Le leggi rispondono a logiche di compromesso e mediazione politica: a me interessa approfondire le questioni antropologiche e capire come cambia l'esperienza umana. Ognuno può dare un giudizio partendo da una seria e informata riflessione personale». Ritiene legittima la forte influenza che la chiesa cattolica aveva esercitato, all'epoca del referendum, nel dibattito pubblico sul tema? «In democrazia non solo è un diritto, ma un dovere intervenire nello spazio pubblico delle decisioni, anche da parte delle religioni: questo è il senso del pluralismo e delle libertà politiche. Temo il qualunquismo della falsa neutralità politicamente corretta e chi falsifica emotivamente i fatti». Qual è secondo lei il giusto approccio di uno stato laico ai temi etici? «Laico non significa neutro e ogni stato adotta una teoria della giustizia e perciò stabilisce una gerarchia di beni da tutelare. Ritengo che si debba smascherare la finzione del liberalismo della neutralità che alla fine penalizza i soggetti più deboli, socialmente e culturalmente. La giustizia reale si nutre di contenuti e non solo di forme». Nello specifico, cosa pensa della fecondazione eterologa? «Mi sembra che, sfruttando desideri legittimi e frustrazioni reali segni il trionfo del mercato e della zootecnia. Inoltre, nel lungo periodo produrrà, temo, negli affetti e nelle vite delle persone più effetti negativi che positivi, creando problemi seri all'insieme della società». La fecondazione assistita permette gravidanze in età anche più avanzata del normale. Secondo lei sarebbe opportuno introdurre dei termini anagrafici nel ricorso a queste tecniche? «Non servono leggi se non si contesta alla radice l'immagine del figlio come oggetto di desideri, pretese, compensazione di frustrazioni soggettive. Dovremmo coltivare di nuovo il senso della responsabilità e il valore del limite». (r.cat.)