Il piano del Califfato «Infiltrati sui barconi»

di Maria Rosa Tomasello wROMA Il terrore potrebbe viaggiare sulle carrette dei disperati. Mentre la situazione in Libia precipita, suona per l'Italia un doppio allarme. Il primo arriva dall'ambasciatore d'Egitto a Londra, Nasser Kamel: «C'è il rischio che barconi pieni terroristi arrivino sulle coste italiane, Sirte è a soli trecento chilometri» dice, puntando il dito contro la Gran Bretagna e i Paesi che nel 2011 intervennero per spodestare Muammar Gheddati senza assicurare al Paese la transizione a un governo legittimo: «L'Onu doveva essere più coinvolta». Il secondo avvertimento è contenuto in un documento segreto dell'Is finito nelle mani degli esperti del Quiliam, osservatorio britannico anti-terrorismo, rivelato ieri dal Daily Mail: gli jihadisti, scrive Abu Arhim al-Libim, considerata una figura di spicco del Califfato, vogliono usare la Libia per «portare il caos nel sud d'Europa», infiltrandosi tra i migranti e attaccare «le compagnie marittime e le navi dei Crociati». La possibilità che i terroristi attraversino su imbarcazioni instabili il Canale di Sicilia per infiltrarsi in Italia è stata finora smentita dall'intelligence italiana, e nel giorno in cui il rischio sembra concretizzarsi lo ripete il direttore del Dis (Dipartimento informazioni sicurezza) Giampiero Massolo: «Non abbiamo evidenza di un nesso diretto tra sbarchi e terrorismo internazionale, sicuramente può succedere che a bordo ci sia qualcuno più radicalizzabile di altri». Due giorni fa a rilanciare l'ipotesi di un «rischio concreto» legato agli sbarchi era stato il presidente del Copasir, il leghista Giacomo Stucchi. «Ma perché un terrorista dovrebbe viaggiare a bordo di barche fatiscenti rischiando la vita?» rilanciano fonti dei servizi, mentre il sottosegretario Marco Minniti invita a non perdere di vista la realtà: «Lo Stato islamico – dice – non controlla la Libia», ma è la «regia di comunicazione dello Stato islamico che punta a trasmettere un senso di onnipotenza». La tensione è comunque destinata a crescere. Due presunti terroristi islamici di nazionalità libica, secondo una esclusiva del settimanale "l'Espresso", che ne pubblica gli identikit, si nascondono nel centro di Roma, dove è in corso una caccia all'uomo. Nei giorni scorsi i due si sono recati in una armeria del quartiere Esquilino per chiedere il prezzo di un giubbotto antiproiettile e di un visore notturno, ma per il comando provinciale dei carabinieri non ci sono al momento elementi per collegare i fatti al terrorismo». Gli sbarchi intanto aumentano, mentre il centro di Lampedusa, nonostante i trasferimenti, scoppia. Il numero degli arrivi dal primo gennaio a metà febbraio, ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni parlando ieri in una Camera disattenta e semideserta che si è andata via via riempiendo, sono passati dai 3.338 del 2014 ai 5.032 di quest'anno (7000 secondo l'Unhcr, +110%): «Non era Mare nostrum ad attirare i migranti, ma il dramma su cui speculano bande di criminali – ha sottolineato Gentiloni – Non possiamo lasciarsli al loro destino, non sarebbe degno della civiltà che ha fatto grande l'Italia» e l'Europa, con Triton, ha aggiunto, «può andare oltre i 50 milioni l'anno». Gentiloni ha chiesto «un cambio di passo della comunità internazionale in Libia» dove si assiste a un grave deterioramento della situazione, con una saldatura tra Is e gruppi locali, «prima che sia troppo tardi». L'Italia non vuole «avventure né crociate» ha spiegato. L'unica soluzione possibile «è politica» e l'Onu deve «raddoppiare gli sforzi per i dialogo» e fornire più risorse alla missione in Libia (Unsmil). Dopo la riconciliazione tra le fazioni, ha annunciato, Roma è pronta a «responsabilità di primo piano» con peacekeeping e addestramento militare. A confermare in aula la necessità di agire è anche il presidente emerito Giorgio Napolitano: «Non possiamo tirarci indietro. L'Italia facia la sua parte, così come nel 2011. L'errore più grave – ha detto – è stato il disimpegno della Ue dopo Gheddafi». E mentre la Lega chiede subito il blocco delle partenze dalla Libia, il Movimento 5 Stelle tuona contro l'ipotesi, ventilata da Gentiloni e poi affossata dal governo: «Una guerra in Libia sarebbe il nostro Vietnam» dice Alessandro Di Battista. ©RIPRODUZIONE RISERVATA