«È da un pezzo che l'Is è a Tripoli»
ROMA È passata da poco la mezzanotte quando al porto di Augusta, in Sicilia, attracca il catamarano maltese che ha portato via di corsa dalla Libia un centinaio di italiani, compreso lo staff dell'ambasciata, dopo le minaccie degli jihadisti. Il primo a scendere è un siracusano, Salvatore, trascina due trolley, e subito viene assalito dai cronisti. Ma la consegna, per chi rientra dal Paese libico è di non parlare. Poi però, lui qualcosa dice: «È da un pezzo che l'Is è a Tripoli...la situazione lì è critica». E per svincolarsi chiosa: «Basta, ci sarà chi farà le dovute dichiarazioni». Di quei 100 connazionali, molti sono tornati a casa direttamente dalla Sicilia, mentre alcuni, tra cui funzionari dell'ambasciata e lo stesso ambasciatore Giuseppe Buccino, hanno affrontato il volo a bordo di un C-130 dell'Aeronautica che li ha riportati a Roma. Arrivo blindato, telecamere e giornalisti tenuti a distanza. «Non abbiamo mai avuto paura - dice il contabile dell'ambasciata - un eventuale ritorno a Tripoli non dipende certo da noi, che siamo dipendenti statali, ma da quello che ci chiederà il Governo. Ora siamo stanchi, vogliamo tornare a casa». Poi, minivan e autobus hanno caricato a scaglioni i passeggeri, portandoli via dall'aeroporto. Alcuni hanno riabbracciato subito i familiari, mentre altri sono stati scortati fino a casa dai carabinieri. «Sono partito un paio di mesi fa da Lecce - racconta un uomo, mentre saluta il cognato - faccio il fabbro e tempo fa ho trovato un lavoretto tra Libia e Tunisia. Sarei dovuto restare ancora un mese e poi sarei comunque tornato in Italia. Sinceramente non sono preoccupato, neanche avevo sentito delle minacce dell'Is. Ora partiamo e torniamo a casa, in Puglia». Ombrello in mano, sciarpa e macchinetta fotografica al collo, un altro aspetta con ansia il ritorno del papà. «È pensionato e da 40 anni è in Libia - racconta -. Ne ha vissute molte a Tripoli, compresa la guerra, ma non si sarebbe mai immaginato di tornare». I due si ritrovano qualche minuto dopo, quando l'autobus dell'Esercito si ferma nel parcheggio accanto all'aeroporto. Il tempo di raccogliere le valige e partono in direzione Roma. «Chi può dirlo...», risponde l'uomo a un cronista che gli chiede se tornerà in quella Tripoli che ormai considera «casa» sua. (a.d'a.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA