Danimarca, presi due complici di Omar
di Fiammetta Cupellaro wROMA Omar Abdel Hamid El-Hussein, il terrorista ventiduenne che sabato ha ucciso due persone, non può aver fatto tutto da solo. La polizia di Copenhagen cerca i complici che lo avrebbero aiutato a reperire le armi e a nascondersi tra il primo attacco, quello messo a segno contro il caffè Krudttonden dove ha ucciso il regista cinquantacinquenne Finn Noergaard e il secondo, condotto contro la sinagoga dove ha freddato Dan Uzan di 37 anni. In carcere rimangono due ragazzi di 19 e 22 anni portati via la scorsa notte dall'internet café Power Play Reborn a Norrebrogade dalle forze speciali. Ieri, la misura cautelare è stata confermata. «Sono accusati di aver aiutato con consigli e azioni il responsabile delle sparatorie a Krudttonden e Krystalgade» scrive la polizia in una striminzita nota. Ma è certo che gli investigatori, impegnati a ricostruire i movimenti di Omar Abdel Hamid El-Hussein, siano convinti che in quell'internet café il giovane terrorista ci sia stato nell'intervallo tra i due attacchi. Vogliono capire con chi il ragazzo, ucciso poi dalla polizia all'alba, sia venuto in contatto. E mentre si cercano complici e testimoni, Lars Vilks l'autore della vignetta su Maometto sopravvissuto agli spari nel caffè Krudttonden è stato trasferito in una località segreta e protetta. Intanto emergono particolari della vita di Omar che descrivono il contesto in cui il giovane si è trasformato da uno studente in un ragazzo che faceva dell'antisemitismo la sua bandiera. Bastava vedere chi ieri, sfidando l'impopolarità, ha deposto un fiore sul luogo in cui è stato ucciso per capire quanto fosse integrato in quella città, Copenhagen, dove i genitori palestinesi avevano scelto di vivere dopo essere stati in un campo profughi in Giordania. «Ci sono amici tristi per la sua morte - ha spiegato un commerciante arabo di Norrebro, il suo quartiere - ma non vuol dire che sono d'accordo con quello che ha fatto. Omar era una persona normale, era bravo a scuola. Poi è finito in prigione e ne è uscito trasformato». Così una compagna del liceo: «A volte aveva un comportamento aggressivo, ma generalmente era gentile e molto intelligente». Su una cosa sono tutti d'accordo: «Non temeva di dire apertamente che odiava gli ebrei». E poco prima di uccidere, il giovane El-Hussein ha pubblicato un video e proclami su YouTube e su Facebook in cui si definiva sostenitore dell'Is. Il clima di tensione resta dunque alto nella capitale danese dove ieri 30mila persone hanno partecipato ad una manifestazione per ricordare le vittime. «Insieme sconfiggeremo questa minaccia» è stato il messaggio lanciato dalla premier Helle Thorning Schmidt. L'attacco alla sinagoga ha profondamente scosso la comunità ebrea che ha respinto l'offerta lanciata dal premier israeliano Netanyahu di emigrare in Israele. «Siamo danesi e restiamo in Danimarca». Una replica netta anche dal rabbino capo danese: «Noi non abbiamo paura e non scapperemo». La stessa reazione è giunta dalle comunità ebraiche della Francia, dove nel Basso Reno sono state profanate centinaia di tombe, e della Germania. Chiare le parole del presidente Hollande: «Gli ebrei hanno il loro posto in Europa». Dura la replica del premier francese Valls a Netanyahu: «Anche se si è in campagna elettorale (ndr: il premier è in lizza per un nuovo mandato alle elezioni del 17 marzo in Israele) non significa lasciarsi andare a qualsiasi dichiarazione. Il posto degli ebrei francesi è la Francia». ©RIPRODUZIONE RISERVATA