PERDERE SI PUÒ PARTIRE SCONFITTI NO
Non è il primo momento difficile per il rugby azzurro nella sua pur breve storia nel Sei nazioni. In 16 anni, di partite l'Italia ne ha vinte appena 11 su 76, meno di una e mezza ogni dieci. E non è certo la carenza di successi in sé che preoccupa, quanto la mancanza di prospettiva come era accaduto solo nella primissima era nel torneo, quella delle 14 sconfitte consecutive dopo la vittoria al debutto assoluto con la Scozia. Il rischio di eguagliare la seconda peggiore sequenza (dieci ko fra il successo del 2004 con la Scozia e il pari del 2006 con il Galles) è ben più che concreto. E lo stesso vale per il secondo cucchiaio di legno consecutivo, cosa che ha un solo precedente, nel 2001 e 2002. Il problema azzurro è certamente di carattere tecnico ma anche di crescita. E tutto parte dallo "spartiacque" del torneo 2013, quello delle due vittorie con Francia e Irlanda e del quasi trionfo a Twickenham, con un'Italia per la prima volta capace di far paura a tutti. Sembrava, poteva e, anzi, doveva essere, un punto di partenza. Quel momento si è trasformato invece in una crisi di identità. Quasi come se ci fosse una sorta di rassegnazione di fondo, che va al di là dell'impegno e della volontà; un modo di essere battuti ancor prima di giocare che non si avvertiva neanche all'epoca delle "sconfitte di successo" dei primi anni del torneo. Oggi sembra che quell'essersi scrollata di dosso l'etichetta di Cenerentola, l'esser diventata come le altre, abbia messo addosso all'Italia una sorta di timore sottotraccia che poi diventa inconsapevole sottomissione. Ancor peggio che perdere: è non dare senso a una sfida. Prima ancora che il risultato, oggi – peraltro contro una squadra mai battuta – conterà proprio cancellare questo atteggiamento. @s__tamburini ©RIPRODUZIONE RISERVATA