l'intervista

di Anna Ghezzi wPAVIA Lascia la Cisl di Pavia dopo 30 anni di attività sindacale il segretario generale Carlo Gerla: è stato eletto nella segreteria di Milano Metropoli, con delega al lavoro. Oggi le dimissioni, la lettera è già pronta sulla scrivania di quello che da 10 anni è il suo ufficio al secondo piano di via Rolla. A metà marzo il consiglio generale della Cisl, che in provincia conta 30mila iscritti, eleggerà il nuovo segretario. «Comincia una sfida – spiega Gerla – che affronto con la consapevolezza che l'elezione a Milano dipende dall'esperienza sindacale della Cisl di Pavia che in questi anni ha scritto pagine importanti: dalla contrattazione sul welfare nei Comuni allo sportello lavoro con la diocesi e gli Industriali, fino all'accordo territoriale sulle relazioni industriali, il primo in Lombardia e in Italia». Qual è la crisi peggiore che ricorda? «Ho iniziato nella fase di ristrutturazione del settore del laterizio, negli anni Ottanta era un sistema di livello nazionale. C'erano 28 fornaci, ne sono rimaste 5 o 6. E la chiusura della Dolma a Belgioioso (2004, ndr): prima delle ferie discutevamo dei premi di produzione, dopo l'estate licenziamenti e chiusura. Un brutto colpo al territorio e un brutto segnale delle multinazionali». Una storia finita bene? «Il successo più grande sono gli accordi importanti. Quelli che salvano posti di lavoro, e quello del 6 ottobre sulle relazioni industriali, espressione della volontà di affrontare le crisi con gli imprenditori stessi studiando azioni di salvaguardia del sistema produttivo esistente e per rendere attrattivo il territorio». Che ruolo ha avuto la politica pavese nella crisi? «Sono deluso, più volte ci siamo sentiti soli. In questo ultimo anno invece Regione Lombardia ha condiviso come assessorato alle attività produttive e come commissione, con Mario Melazzini e Angelo Ciocca, le nostre azioni. Continuiamo però a sentirci soli a livello nazionale. Doveva e dovrebbe esserci più attenzione alle politiche territoriali, il confronto con Lodi e altre province non regge». La Provincia? «Sia questa amministrazione che la precedente (Bosone e Poma, ndr) hanno riservato attenzione sulle politiche del lavoro. Ne sono esempio gli accordi sulla ricollocazione. I più carenti sono i Comuni che invece potrebbero fare molto per rendere attrattivo il territorio. Come Bergamo». Perché università e ospedali non hanno creato indotto? «Con l'università si stanno facendo passi in avanti. Sul fronte sanitario non si riesce, ma il distretto sanitario è un'esigenza, serve la volontà del sistema produttivo». Ben prima della crisi Pavia ha perso le sue industrie, dalla Necchi alla Snia. Cosa si poteva fare e non è stato fatto? «Si poteva fare molto, ma la politica era orientata piuttosto agli affari immobiliari. Lo stesso motivo per cui l'edilizia oggi qui fatica a riprendersi: non è stata fatta una politica abitativa sui fabbisogni della gente ma sugli oneri di urbanizzazione: il risultato sono appartamenti vuoti e invendibili, i centri dei paesi vuoti». Vino e scarpe: occasioni perse? «Come al solito ci penalizza non avere fatto sistema. L''individualismo ha frenato il territorio. La provincia non è divisa in tre, ma molto di più. Oggi sta cambiando ma a velocità lenta rispetto al sistema economico». In tanti luoghi di lavoro cresce la rabbia verso i sindacati confederali, la sfiducia. «La crisi ha portato all'esasperazione le persone. C'è per chi ha perso il lavoro e chi ce l'ha con tasse così elevate che le famiglie, i veri ammortizzatori sociali, sono stremate. O si fa davvero qualcosa a livello nazionale per alleggerire la pressione e rilanciare consumi e lavoro oppure non se ne esce. Il ruolo dei confederali, inoltre, guarda all'interesse non solo dei lavoratori, ma anche dei cittadini in generale: andare sempre contro fa più presa, ma noi siamo per i risultati a lungo termine».