MA IL FUTURO RESTA ANCORA UN'INCOGNITA
di RENZO GUOLO Il vertice di Minsk si è chiuso con un fragile accordo. Come ha ammesso Angela Merkel non è il caso di farsi troppe illusioni. Certo, c'è il cessate il fuoco. Anche se, prima di domenica, termine fissato per l'inizio della tregua, i combattimenti non mancheranno. Ciascuno dei contendenti vuole guadagnare o difendere terreno prima che la prevista fascia smilitarizzata cristallizzi le posizioni. In ogni caso l'esito del summit in Bielorussia evita, momentaneamente, la drammatica e realistica previsione di Holland: il fallimento del negoziato significa la guerra. La mossa della Germania, alla quale si è accodata la Francia, è stata decisiva. Putin non poteva rimandare indietro a mani vuote, una seconda volta dopo gli infruttuosi colloqui di Mosca, la cancelliera e il presidente francese. Il suo isolamento sarebbe diventato evidente e la strategia del Cremlino è quella di evitare scelte che mettano la Russia fuori dai giochi. L'accelerazione anti-russa di Washington, con la decisione di addestrare le truppe di Kiev, e la minaccia di armarle, hanno convinto il nuovo zar del Cremlino. Putin non poteva rischiare un conflitto dalle implicazioni politiche, economiche, militari, gravide di incognite. Anche se, sul piano militare, non ci sarebbe stata partita per l'Ucraina. L'accordo fissa la situazione sul campo ma i nodi politici restano tutti. La vera trattativa ci sarà nelle prossime settimane. E dalle prime dichiarazioni di Poroshenko e Putin si capisce già che tra Kiev e Mosca la distanza è ancora grande. Per Putin, convinto fautore della ricostruzione dello spazio geopolitico del nazionalismo granderusso, ciò che conta è la formale rinuncia ucraina a spingere sulla richiesta di adesione alla Ue e, sopratutto, alla Nato. Il Cremlino non potrebbe mai accettare che l'Alleanza Atlantica, già insediata ai confini per effetto dell'adesione dei baltici a quello che un tempo della guerra fredda era il campo del nemico, possa incunearsi in profondità nel cuore della heartland russa. Anche per questo ha appoggiato la ribellione nel Donbass. Oltre che la sua neutralizzazione, la Russia vuole anche la federalizzazione dell'Ucraina. La federalizzazione implica una sorta di diritto di veto della regione orientale sulle decisioni di Kiev . Anche sul terreno della politica estera. Anche in materia di adesione a organismi sovranazionali o alleanze militari. Un meccanismo che secondo molti, e non solo a Kiev, rinvia allo scenario bosniaco al tempo delle guerre balcaniche. Con istituzioni paralizzate e un Paese ingovernabile. Le posizioni di fondo restano, dunque, inconciliabili. E possono alimentare l'insoddisfazione dei ribelli filo-russi più oltranzisti e della destra estrema ucraina, conducendo presto alla messa in discussione del nuovo accordo di Minsk . Una crisi, quella ucraina, che segna dei punti fermi anche sul versante Ue. A partire dall'amara constatazione dell'inesistenza di una politica estera comune dell'Unione. Solo Francia e Germania hanno avuto un ruolo. Parigi, come Berlino, voleva evitare la guerra ma impedisce anche che l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione sposti troppo a Est il baricentro europeo, già sbilanciato secondo l'Eliseo dal crescente peso polacco e dall'irruenza dei baltici. Ma la vera protagonista e' stata la Germania. È la Merkel che impone una mediazione anche davanti allo scetticismo americano. A dimostrazione che anche in questo campo esiste solo un' Europa a trazione tedesca. Berlino si conferma così interlocutore necessario per Mosca e come alleato sempre più autonomo, non solo sul versante della politica economica ma anche su quello della politica estera, da Washington. A conferma che il gigante economico non è più, da tempo, un nano politico. A prima vista, perdenti appaiono proprio gli ucraini e i ribelli filo-russi. I primi chiedevano il ritorno alla situazione precedente al conflitto e devono incassare la concessione di un'autonomia che ritengono l'anticamera della separazione e il congelamento al loro ingresso nella Ue e nella Nato. Quanto ai sostenitori delle "Repubbliche popolari" di Donetsk e Lugansk, dovranno accantonare, almeno sino alla prossima crisi, il sogno del ritorno tra le braccia della Grande Madre Russia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA