«Il Festival l'ho contestato ma è una grande vetrina»

di Maria Rosa Tomasello wINVIATA A SANREMO «Sono sempre stato un fondamentalista della musica. E un contestatore di Sanremo: ero contrario a quello che c'era intorno, alle cose frivole. Oggi, così come ho rivisto idee che riguardano il mondo, le mie convinzioni restano ma il mio atteggiamento si è ammorbidito». Raf, maestro del pop elegante della sua generazione, torna a Sanremo 24 anni dopo "Oggi un Dio non ho", e torna con "Come una favola", con la stessa timidezza, ma con spirito nuovo. Cosa ti ha fatto decidere di tornare al Festival? «Con l'avvento del web e di nuove forme comunicazione, oggi è sempre più difficile intercettare l'attenzione delle persone su un lavoro discografico e Sanremo è un'ancora di salvataggio. Detto questo, è stato Carlo Conti a convincermi: ci conosciamo dai tempi della Firenze punk, lui era un dj incuriosito dalle cose che facevo, ha visto i miei primi successi. E oggi viviamo entrambi a Roma e tifiamo Fiorentina: siamo molto amici, e lui era convinto che fosse una opportunità». Il nuovo disco uscirà in aprile. Che lavoro sarà? «Non si distaccherà molto dagli altri da un punto di vista concettuale, riprenderà elementi elettro-pop degli anni Ottanta per riportarli nella musica leggera italiana: l'ho scritto per lo più negli Stati Uniti, dove mi sono trasferito per un anno. Non so se, volutamente o no, si sentiranno le influenze del posto dove è stato scritto». Il pezzo scelto per Sanremo è una canzone d'amore. Tu ne hai scritte molte, ma hai scritto anche pezzi d'impegno sociale... «Se ne sono accorti in pochissimi. Le radio promuovono le canzoni d'amore e diventano dei tormentoni, se ti presenti con una canzone d'impegno c'è un rifiuto. Forse non è la mia specialità. Ma ci sono alcuni brani che non sono stati hit, di cui vado fiero, come "Jamas". È un pezzo che parla di un rivoluzionario come il Che diventato una icona del consumismo. Anche i giornalisti all'epoca hanno pensato alla canzone di un nostalgico comunista. Io sono stato comunista, ma non sono nostalgico». Però per Sanremo hai scelto una canzone d'amore…. «La verità è che era una delle poche canzoni dell'album che, due mesi fa, potevo finire in tempo, ed era quella che secondo me aveva le caratteristiche migliori per Sanremo». Si sta aprendo un divario tra i più giovani, che hanno un approccio più diretto ai social e al nuovo modo di vendere musica, e chi appartiene alle generazioni precedenti? «Sì, e non solo sul piano discografico. Vedo anche i più giovani presenti a Sanremo più scafati di me rispetto alla competizione. Io ho sempre odiato le gare, ho sempre avuto un'idea "romantica" della musica. Questa volta, proprio perché non mi interessa la gara, sono sereno. Ma loro sono rilassati, forse perché la scuola del talent li ha sciolti». Linus, direttore di Radio Deejay, dice che dagli anni Settanta Sanremo non ha prodotto niente di memorabile, sei d'accordo? «Poi Carlo Conti si arrabbia (ride)... Dischi di Sanremo ne ho pochissimi e sono i più datati, quindi forse è vero. Però, per esempio, il brano di Marco Mengoni che ha vinto nel 2013 (L'essenziale, ndr) a me è piaciuto molto. Ma non è Sanremo: è nel panorama italiano che ci sono cose non proprio memorabili da dieci anni. Serve musica di qualità, fatta da autori, non stereotipata o una copia». Perché per la serata cover hai scelto "Rose rosse" di Massimo Ranieri? «Perché è una delle canzoni preferite da mia moglie. E in più è stata scritta da Giancarlo Bigazzi, scomparso tre anni fa, il mio primo produttore, che mi ha insegnato tantissimo sulla scrittura di una canzone». ©RIPRODUZIONE RISERVATA