l'opinione
Da Re Sole a Re Tentenna a Re Travicello. Rapida e mesta, la parabola discendente dell'ex Cavaliere, malamente conclusa ai piedi del Quirinale. Dove la sua strategia è passata dal massimo della collaborazione (votare il candidato Pd) al massimo dell'opposizione (uscire ancor prima dall'aula); per poi ammainare scheda bianca, peraltro smentito da una parte delle sue riottose truppe. In tal modo, un Berlusconi che da un lato si ostina a non arrendersi rivendicando l'agibilità politica, dall'altro ricorda sempre più il tragicomico personaggio dell'Orlando Innamorato di Francesco Berni: "Così colui, del colpo non accorto / andava combattendo ed era morto". Con la beffa supplementare che i colpi che decretano la sua fine politica gli grandinano addosso molto più dagli amici che dagli avversari. Non è tuttavia solo una questione personale del leader che per vent'anni, grazie anche alla pochezza dei suoi avversari, ha introdotto in Italia un rigoroso sistema tolemaico della politica, con se stesso al centro e tutto il resto che gli ruotava attorno. Silvio Primo, ed ultimo, dovrà verosimilmente affrontare a breve la crisi terminale del suo impero, suddiviso in tre province: gli orfani e le vedove di corte; i seguaci che credono tuttora nell'idea ma non più nell'ideatore; i turbolenti pretoriani delle province interne ormai in aperta rivolta. Il che rende inevitabile un devastante sconquasso, che pone un consistente problema non ai soli "berluscones" convinti o pentiti, ma all'intero sistema. Perché apre un corposo vuoto a centrodestra, facendo venir meno un adeguato contrappeso al pur magmatico centrosinistra che si sta ri-plasmando sotto l'effetto Renzi. Non c'è in questo momento (ma non la si intravede per ora neanche nel futuro prossimo) una leadership in grado di offrire una sponda credibile a quella componente moderata dell'elettorato che nel resto d'Europa ha da sempre un riferimento forte nei partiti della famiglia popolare. La scena, oggi, è occupata da tre diverse proposte, tutte parzialissime: quel che resta di una Forza Italia fallita nel proposito di dare al Paese l'annunciata rivoluzione liberale; una Lega che non ha quasi più nulla dell'ispirazione originaria, e che preferisce porsi come approdo degli arrabbiati di ogni sorta; in mezzo, la Lilliput dei partitini impegnati nell'infinita composizione - scomposizione - ricomposizione del puzzle centrista (e alla quale sta per aggiungersi l'ennesimo microbo, quello di Passera). Tre posizioni impossibili da saldarsi tra loro, che continueranno a contendersi i residui voti di un elettorato deluso: una parte non piccola del quale rifluirà (come già sta facendo) tra l'astensione e il renzismo. Non è bene per il centrodestra; non lo è per l'Italia. Perché questo magma continua e continuerà a inchiodare il sistema alle mediocri recite, alle sfibranti contrattazioni, agli squallidi ricatti di cui siamo stati ostaggio in questi anni. La stessa partita del Quirinale, al di là di un esito salutato da molti con tripudio intriso in qualche caso di ipocrisia, si è giocata con un "dietro le quinte" solcato da manovre e manovrine di varia natura. E anche da comportamenti di assai basso profilo: come i sei diversi modi di indicare sulle schede il nome "Mattarella", per rendere riconoscibile il proprio voto a chi di dovere. La speranza è che la larga intesa raggiunta sul nome del nuovo capo dello Stato non rifluisca da subito nello stucchevole esercizio dei veti incrociati, degli strappi minacciati, delle guerre intestine, ora che il tema delle riforme tornerà sul tavolo. Perché è venuto davvero il tempo di riscattare il Paese dalla miseranda condizione che l'ha trasformato nel set di un reality politico ispirato a un deleterio format. L'isola dei fumosi.