Giallo sul rilascio degli ostaggi dell'Is

di Maria Rosa Tomasello wROMA È un'attesa estenuante che si trasforma in un giallo. Per ore, nel pomeriggio, voci sulla liberazione del reporter giapponese e del pilota giordano ostaggi dello Stato islamico rimbalzano su Twitter e su Al Jazeera, finché in serata è il governo di Amman a smentire il rilascio. Lo scambio di prigionieri tra Kenji Goto e Muath al Kasasbeh da una parte e dall'altra Saijda al Rishawi, una delle "vedove nere" del jihadismo, non ci sarebbe stato. Non ancora almeno. Perché la donna - accusata di aver preso parte a un sanguinoso attacco kamikaze nella capitale del regno nel 2005 - torni libera, la Giordania vuole il rilascio del pilota, catturato in Siria alla vigilia di Natale: «Abbiamo chiesto rassicurazioni sulla salute del nostro pilota e non ne abbiamo ricevute» dice il ministro degli Esteri Nasser Judeh. Per la tv satellitare Al Jazeera - che si dice invece in possesso di un audio messaggio di un responsabile dell'Is - i due prigionieri sono stati liberati. E la donna, afferma un jihadista su Twitter, «è nella terra del Califfato». Scade così il secondo ultimatum, di 24 ore, per la salvezza del giornalista nipponico, il cui destino è ora legato a doppio filo a quello del pilota. Secondo la direttrice di Site, Rita Katz, l'Is non ha proposto il suo rilascio, ma solo la sua salvezza, mentre la Giordania, che fa trapelare la propria disponibilità a scarcerare Saijda al Rishawi, vuole il suo ritorno a casa. Per il Jordan news oggetto dello scambio potrebbe essere anche un altro detenuto, Ziad al Karbouli, arrestato nel 2006, collaboratore del defunto leader di al Qaeda al Zarqawi. Da Washington la Casa Bianca commenta seccamente: «La nostra politica è che non paghiamo riscatti». Lo Stato islamico intanto, in un nuovo video, minaccia di tornare a colpire la Francia e il Belgio, mentre in Italia slitta ancora il decreto con le misure anti-terrorismo. Il sottosegretario con delega ai Servizi Marco Minniti spiega: «Non ci sono divisioni nel governo. Fare un decreto su questi temi mentre sono in corso le consultazioni per l'elezione del capo dello Stato non ci è sembrato giusto». Ma motivi d'allarme emergono. Un ex allievo ufficiale dell'esercito, Giacomo Piran, 43 anni, è stato arrestato ieri a Palermo per detenzione di armi da guerra, cartucce calibro 9 e 762 Nato, e di diversi manuali di addestramento al combattimento. Nel cellulare e nel pc dell'uomo, convertito all'Islam, sarebbero state ritrovati video e foto con cadaveri ricoperti da un lenzuolo bianco con scritte in arabo. La procura di Milano, intanto, ha chiuso un'inchiesta su 13 siriani accusati a vario titolo di atti di violenza nel Milanese e in Siria nel 2011 e nel 2012. Sei di loro sono accusati di terrorismo internazionale: uno di questi, Haisam Sakhanh, detto Abu Omar, residente a Cologno Monzese, risulta essere andato in Siria nel 2012 per combattere con l'Esercito libero siriano. È lui l'uomo, secondo gli inquirenti, ripreso in un video pubblicato dal New York Times nel 2013, con un kalashnikov in mano mentre con altri ribelli prende parte all'esecuzione di sette soldati lealisti. Il gruppo sarebbe inoltre responsabile di pestaggi e minacce contro cittadini siriani sostenitori di Assad e residenti nell'area: quasi tutti costretti dalla paura alla fuga. ©RIPRODUZIONE RISERVATA