l'opinione

(segue dalla prima pagina) Perché, sottolinea il ministro, «per sentirsi liberi, ci si deve prima sentire sicuri». I colleghi di Farnesina e Viminale, Paolo Gentiloni e lo stesso Alfano, sono appena più chiari: «Non c'è dubbio che dobbiamo mettere al primo posto la sicurezza», ha detto il primo, sempre aggiungendo la formula di rito del rispetto delle libertà individuali; «si rinuncia a un pezzo di privacy per la sicurezza», ha aggiunto il secondo, che almeno ha l'onestà di parlare di una compressione dei diritti civili. Il problema è che non è una posizione isolata dell'Italia. Anzi, molte delle proposte di legge di cui si è letto in questi giorni, in attesa di una formalizzazione al prossimo consiglio dei ministri, sono in perfetto accordo con un documento prodotto dal Coordinatore Anti-terrorismo dell'Unione Europea il 17 gennaio scorso. Il CTC ha il ruolo di coordinare i lavori del Consiglio d'Europa in materia di terrorismo, riassumere gli strumenti in suo possesso, formulare raccomandazioni, proporre aree di intervento prioritarie e monitorarne l'implementazione. E lo ha fatto in 14 pagine stese in preparazione dell'incontro dei ministri della Giustizia e dell'Interno europei del 29 gennaio a Riga. Certo, mancano i contributi dei singoli Stati membri (a loro volta perfettamente congruenti) e quelli della Commissione, ma è un documento utile per capire quanto la reazione dell'Europa al massacro di Charlie Hebdo ricordi il post-11 settembre. C'è al punto 1a, il primo in assoluto, la "prevenzione della radicalizzazione", a partire da quella che avviene su Internet. Alcune delle ipotesi sono quelle emerse sulla stampa e nelle dichiarazioni dei leader europei, dallo "sviluppo e promozione di contro-narrative" rispetto a quella della propaganda terroristica on-line, all'aumento della cooperazione con i colossi tecnologici (e con gli Stati Uniti, con cui le relazioni dopo il Datagate si erano in molti casi raffreddate). Ma c'è anche di più. Per esempio si comprende cosa potrebbe significare questa nuova e più forte intesa coi soggetti privati: «Dare un ruolo all'Europol nella segnalazione, o nella facilitazione della segnalazione, di contenuti in violazione delle condizioni di utilizzo delle piattaforme». Tradotto, significa dare alla polizia il potere di "monitorare e analizzare le comunicazioni sui social media", facilitandone l'eliminazione (è questo che intende Alfano quando parla di "oscurare i siti jihadisti"?) e rimpolpando il piano Check the web, lanciato nel 2007 con parole molto simili a quelle odierne. Se non bastasse, si scopre come la proposta di David Cameron di costringere, in circostanze stabilite per legge, i colossi web a condividere le chiavi crittografiche che proteggono le nostre conversazioni online con le agenzie governative non sia affatto isolata, e anzi sia suggerita all'Europa come una delle misure da implementare a livello continentale. Si aggiungano l'aumento dei controlli, giudicato "cruciale e urgente", sui dati dei passeggeri e l'invito, alla Commissione, di formulare al più presto una nuova normativa sulla conservazione dei dati e si comprende come si tenti di cambiare tutto per non cambiare nulla: più sicurezza, meno privacy. E poco importa che la storia dimostri che non funziona. ©RIPRODUZIONE RISERVATA