Popolari trasformate in Spa

ROMA Sono 10 le banche popolari, che entro 18 mesi diventeranno Società per Azioni, secondo quanto prevede il decreto varato ieri dal governo. Tutte hanno un patrimonio superiore agli 8 miliardi e, quasi tutte, sono quotate in Borsa. La classifica delle più importanti, vede al primo posto il Banco Popolare. Seguono nell'ordine Ubi, Bper, Bpm, Popolare di Vicenza e Veneto Banca (entrambe fuori dal listino di Piazza Affari), Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese, Banca Etruria e Popolare di Bari. Non sono interessate dal decreto voluto dal premier Renzi circa una sessantina di istituti. Il sistema delle popolari conta complessivamente, secondo Assopopolari, su 70 realtà, che in totale hanno oltre un milione di soci e più di dodici milioni di clienti. Renzi ribatte alle forti preoccupazioni di gran parte del mondo politico e bancario, che in questi giorni hanno accompagnato il dibattito sul provvedimento, e sottolinea che «siamo il Paese che ha probabilmente il maggior numero di istituti di credito: abbiamo troppi banchieri e facciamo poco credito, l'idea è di poter aprirci, per quanto possibile, ai mercati, aprirci all'innovazione, aprirci al futuro». Il nostro sistema bancario «è solido, sano e serio - aggiunge il premier - lo dico a chi ci segue da fuori dall'Italia, ma ha bisogno anche per questo degli elementi di innovazione. Serve che le banche in Italia siano all'altezza delle sfide europee e mondiali». L'intervento sulle banche popolari di maggiori dimensioni, fatto dal governo Renzi suscita la reazione di Stefano Fassina, della sinistra democratica: «Colpisce un modello che, con tutti i suoi limiti nella traduzione effettiva certamente da correggere, è uno dei pochi presidi di democrazia economica presenti nel nostro Paese. Ridimensiona, inoltre - attacca ancora Fassina - per le piccole e medie imprese e per le famiglie l'unico canale di accesso al credito rimasto aperto anche durante la crisi. È un danno per l'Italia, ma è un grande favore per le grandi istituzioni finanziarie internazionali. Dopo l'intervento di svalutazione del lavoro realizzato con il cosiddetto jobs act, il governo Renzi attua un altro fondamentale capitolo dell'agenda della Troika». Preoccupate le organizzazioni sindacali che temono il mancato mantenimento dei livelli occupazionali. Altro motivo di preoccupazione è il timore di esporre le banche a scalate e acquisizioni.