l'opinione

(segue dalla prima pagina) Che, come ogni battuta, può essere più o meno felice. Questa pare, per la verità, piuttosto infelice. Non foss'altro perché rischia di essere equivocata, per le molte ragioni che sono già state, giustamente, da più parti sottolineate sui media. E sulle quali non è il caso qui di ritornare. Ma una cosa invece vale piuttosto la pena di ricordare. Che in Occidente quelle vignette non provocheranno reazioni violente contro i giornali che le hanno pubblicate. Sembra di dire una banalità. E tale per fortuna, in certo senso, questa affermazione lo è. Nel senso che siamo talmente abituati a ritenere legittima la satira, anche quella più pesante, anche su ciò che riguarda la religione più diffusa nel mondo occidentale, che ci sentiamo autorizzati a ritenerla una banalità, cioè a dare per scontato non solo che non si uccide per "reagire all'offesa" della religiosità di molti occidentali che in quella fede continuano a credere. Ma non si ritiene nemmeno legittimo, da parte dei più, che si censuri in alcun modo chi scanzonatamente, o talvolta anche sguaiatamente, si fa beffe con la sua ironia o con il suo sarcasmo di simboli o di credenze "sacre" per i fedeli della religione cristiana. Questa è la libertà di pensiero e di espressione delle proprie opinioni che la cultura occidentale ci lascia in eredità nel momento in cui sempre più frequentemente la si dà per "avviata al tramonto". Cultura che deve anche (ricordiamocelo sempre!) a quella religione medesima, interpretata attraverso una sintesi nuova che la modernità in Europa ha saputo realizzare tra di essa e la tradizione di pensiero greco, la genesi di quelle nozioni di tolleranza e libertà che oggi ci fanno quasi ritenere banali le conquiste di civiltà cui, appunto, siamo abituati. La battuta del Papa, al quale, per la straordinaria personalità, siamo ormai pronti a perdonare tutto, o quasi, e quindi anche una battuta non proprio felice, nasce però da una domanda assai seria: ma non c'è proprio nessun limite all'esercizio di questa libertà di espressione che attraverso la satira può anche giungere a offendere sensibilità religiose altrui? Certo che c'è. Ma non è la censura dall'esterno, o l'autocensura. Ci sono le leggi positive, quelle "scritte nei codici" degli Stati, che pongono limiti precisi alla libertà di uso delle parole di ciascuno. È la legislazione che tutela, in uno Stato democratico, ogni cittadino. E ne fissa i diritti così come i doveri verso gli altri. Tutela ciascuno dall'uso (altrui, ma talvolta anche dalla tentazione di abusarne in proprio) della libertà di espressione per diffamare, per calunniare, per ingiuriare qualcuno, o per incitare alla violenza contro altri. Ma, almeno in uno Stato "laico", cioè non confessionale, non può tutelare sensibilità religiose o simili, che sono personali o collettive, ma non costituisco quella costellazione di valori su cui si fonda lo Stato. E che sono per definizione sfuggenti ad una categorizzazione precisa. Che evolvono nel tempo, cambiano con il divenire storico delle società e dei "costumi", l' "ethos" in senso proprio. Ciò che non cambia, e che ci auguriamo siano sempre rispettate da tutte le "leggi scritte", sono le "leggi non scritte", quelle di cui parla Antigone, per intenderci, che sanciscono i valori fondamentali, universali, e trasversali alle epoche storiche e alle culture. Le "sensibilità" devono potere essere tutelate in altro modo. Trovano le loro tutele in quell'opinione pubblica che costituisce l'humus dei comportamenti collettivi, ma che non vincola quelli individuali. Per cui se un giornale pubblica vignette che offendono la mia "sensibilità", non lo comprerò, ed inviterò altri a non comprarlo. Con la parola, o con la matita, non menando le mani. Che , magari strette in pugni, è meglio me le tenga in tasca.