Minoranza dem attacca: «No patti con Berlusconi»
di Maria Berlinguer wROMA «Siamo una trentina e se il governo non farà marcia indietro sui capolista bloccati non votiamo l'Italicum». La minoranza del Pd al Senato tiene duro sulla legge elettorale e Michele Gotor in una conferenza stampa convocata dopo l'incontro con Matteo Renzi conferma che per ora la mediazione è fallita. Ma Matteo Renzi è pronto allo scontro finale o avverte: o passa l'Italicum e andiamo a casa e al voto con il Consultellum perché sia chiaro che la minoranza non «è un partito nel partito». E ai dissidenti risponde con quella che appare una vera provocazione: ovvero annunciando per questa mattina alle 9 un incontro con Silvio Berlusconi per mettere a punto gli ultimi dettagli sull'Italicum e discutere sul Quirinale. «L'impressione è che si cucini la minestra con il centrodestra e poi si voglia far ingioare al Pd», commenta in serata Pier Luigi Bersani a "Otto e mezzo". La brevissima riunione convocata dal segretario premier alle 12 con i senatori per scongiurare una rottura che potrebbe avere effetti anche sulla corsa per il Quirinale è lo slittamento del voto sull'Italicum di 48 ore. Ma in serata 4 senatori Pd dissidenti ritirano la firma all'emendamento Gotor, dopo che si è scatenata una vera e propria guerra con in renziani che accusano la minoranza di «prove tecniche di golpe» per mettere Renzi in minoranza. L'obiettivo non è l'Italicum, dicono, c'è un disegno politico preciso che non ha a che vedere con la legge elettorale. «Non ci faremo risucchiare nella palude come è accaduto nel 2013» avverte Lorenzo Guerini, il vicesegretario dem. Parole che ricalcano quanto detto in mattinata da Renzi ai senatori. «Siamo a un «passaggio chiave per uscire dalla palude» e la questione va chiusa prima di eleggere il nuovo capo dello Stato», spiega il premier all'assemblea. Le critiche sull'Italicum sono «ingiuste e ingenerose», tu sei «il mio nemico preferito», dice apostrofando Gotor. «Sia chiaro io cerco accordi con tutti fino all'ultimo ma non sono sotto ricatto di nessuno, adesso dobbiamo chiudere sulla legge elettorale: non si può usare un gruppo minoritario come partito nel partito», avverte che oggi vuole il voto in assemblea. Il segretario è preoccupato non solo per i sondaggi che danno il Pd in calo ma anche per il possibile effetto domino che le dimissioni di Cofferati potrebbero avere. Ma la minoranza per ora non fa passi indietro. «Renzi ha concesso qualcosa a tutti sulla legge elettorale, ha fatto il giro delle sette chiese ma ha ignorato un terzo dei senatori del Pd, quella che sarebbe la sua parrocchia», spiega Gotor. Fino a domani c'è tempo per una ricomposizione e anche da un probabile incontro, tra Renzi e Bersani che però ancora non è stato fissato. «Non mi ingelosisco se vede Berlusconi», scherza Bersani precisando che per qual che riguarda lui dal Pd non se ne andrà. Sul fronte Quirinale l'incontro di ieri tra Alfano e Berlusconi. «Abbiamo deciso di unire le forze per chiedere un candidato non del Pd», dice Alfano. ©RIPRODUZIONE RISERVATA