E Bruxelles si scopre "patria" dei jihadisti

di Lorenzo Robustelli wBRUXELLES Lucas Van Hessche viene dalla cittadina fiamminga di Courtrai (Kortrijk in fiammingo). Le sue origini etniche non sono però nordeuropee e lui ora è in Siria, a combattere per l'Is, dove usa Facebook per scrivere cose come questa: «Questo è un messaggio al Belgio e a tutti quelli che combattono contro lo Stato islamico. Non siamo un piccolo esercito come tentate di far credere. Siamo uno Stato che si sta espandendo e che arriverà in Belgio. Che lo vogliate o no». Non è solo Lucas, ma fa parte di un corposo gruppo stimato dalle autorità in almeno 385 persone che come "foreign fighters" ha lasciato il Belgio per combattere in Siria. Lui finora forse è ancora vivo, non lo sono però altri 34, che il governo belga conosce quasi tutti per nome e per luogo e cause di morte combattendo per l'Is. In fondo, sono cittadini belgi. Come lo sono quella settantina dei 385 che si stima sia tornata in patria, qualcuno per non combattere più, qualcuno per continuare a farlo, a modo suo, nel piccolo regno che è però tra i maggiori fornitori (il maggiore in termini percentuali) di combattenti per la Jihad. A Bruxelles il nome più comune all'anagrafe negli ultimi anni è Mohamed, e da qui son partiti la gran parte dei "combattenti", almeno 54, 46 sono di Anversa, 35 di Vilvoorde, alle porte della capitale, 14 da Mekeleen, altri da centri più piccoli, come Vervier, città povera della Vallonia più depressa e deindustrializzata, dove vivono tanti italiani e tanti altri immigrati di prima o seconda generazione. È lì che giovedì sono stati uccisi due terroristi di ritorno dalla Siria. Secondo notizie diffuse ieri i due sarebbero stati influenzati da un Imam espulso nel luglio scorso da una moschea della città per le sue posizioni radicali. Verviers è considerata un focolaio del fondamentalismo, lì molti musulmani con posizioni estremiste sono arrivati dopo la guerra in Cecenia. Il Belgio, pur con mille contraddizioni, ha accolto negli anni tanti immigrati, intere zone di Bruxelles sono quasi completamente abitate da persone che arrivano dal Medio Oriente, dalla Turchia, dall'ex colonia del Congo. Si calcola che nel Paese, che ha meno di undici milioni di abitanti, almeno 630mila siano di religione islamica, il cinque per centro della popolazione. Tra loro ovviamente c'è di tutto, c'è anche tanta ignoranza, povertà e rabbia, condizioni nelle quali il fondamentalismo trova il suo brodo di cottura. Ieri il governo ha deciso di mettere in preallarme l'esercito, «per rinforzare il nostro livello di sicurezza», ha detto il giovane premier conservatore Charles Michel, che governa con una maggioranza quasi tutta fiamminga e in buona parte xenofoba. Intanto un importante rabbino di Bruxelles ha chiesto che gli ebrei possano girare armati. Le posizioni si radicalizzano, il rischio è che la situazione si aggravi, anziché "aumentare il livello di sicurezza". lorenzo@robustelli.eu ©RIPRODUZIONE RISERVATA