Gli studenti gridavano: «Charlie, Charlie»
ROMA Lunghe ore di terrore in una cittadina di solito tranquillissima, con migliaia di poliziotti che l'assediano per stanare i killer, e centinaia di bambini "prigionieri" nelle scuole. I fratelli franco-algerini Said e Cherif Kouachi responsabili della strage a Charlie Hebdo hanno allungato la loro ombra di terrore su Dammartin en Goele, cittadina della Seine-et-Marne, prima di essere abbattuti. Siamo a poca distanza dell'aeroporto Charle de Gaulle, per l'occasione blindato in uno scenario di guerra. A una trentina di chilometri da dove le forze di sicurezza avevano setacciato cascinali e boschi in cerca dei due jihadisti. Siamo alle porte di Parigi. Sono da poco passate le 8,30 quando due detonazioni squarciano la quotidianità di 9mila anime. 5 elicotteri volteggiano. Rumore di sirene. Decine di camionette della gendarmeria e polizia riempiono le strade. I genitori hanno appena accompagnato i ragazzi a scuola. L'equazione per molti è presto fatta: la caccia all'uomo è arrivata in città. La follia dei fratelli Kouachi è qui per stravolgere la loro normalità. «Ho pensato: ci siamo, li hanno messi all'angolo», racconta Eric, che abita dietro la zona industriale dove c'è la piccola stamperia. Didier, commerciante che aveva raggiunto la stamperia per lavoro, si è trovato uno dei due Kouachi davanti. Gli ha gridato: «"Se ne vada. In ogni caso non uccidiamo i civilì". Ho chiamato subito la polizia». In molti escono dalle case, decisi ad andare a prendere i figli a scuola, ma si trovano davanti un muro. «I gendarmi invitano a rientrare in casa, e tutti cercano un rifugio», dice Geoffrey Denis, osteopata. «La nostra priorità sono le scuole», hanno da subito avvertito le autorità cittadine. Gli istituti a Dammartin sono 4, per circa un migliaio di alunni. La primaria Henry Dunant è a poche centinaia di metri dalla zona di crisi. Le maestre hanno fatto stendere i bambini a terra, lontani dalle finestre. Per tutti, nel pomeriggio, un'uscita blindata. Sotto la scorta delle forze di sicurezza sono stati accompagnati a gruppi, in autobus, fino in centro città. Antoine, 11 anni: «Le maestre ci hanno spiegato cosa stava avvenendo e che dovevamo stare tranquilli. Avevo paura perché pensavo ai nonni che vivono nei paraggi. Non smettevo di piangere e con me gli altri». Ma dalle serrande abbassate del liceo, gli studenti si affacciano, salutano i giornalisti e gridano: «Charlie, Charlie!». Sono le 17 quando l'incubo per Dammartin finisce.