«Depenalizzavano la frode fiscale»

di Albino Salmaso wVENEZIA Sottosegretario Enrico Zanetti, come si è accorto della norma salva-Berlusconi infilata nel decreto fiscale la vigilia di Natale: lei è stato il primo a dare l'allarme, nessuno dei ministri aveva capito in che guaio s'era cacciato. Come mai? «Il ministero dell'Economia ha messo a punto un decreto che serve a dare certezza al diritto tributario con una legge delega di revisione del sistema sanzionatorio penale e tra tante cose buone ne è stata inserita una che non condivido, quella sulla frode fiscale di squisita materia penale. Fino al 23 dicembre l'articolo 19 bis non c'era, poi cosa sia successo il 24 dicembre durante il Consiglio dei ministri non lo so: io non partecipo alle sedute di Palazzo Chigi. A Natale e a Santo Stefano mi sono dedicato alla famiglia e il 27 mi sono messo a leggere sul web il testo licenziato dal governo e ho subito manifestato il mio aperto dissenso per quella norma sbagliata, infilata non sappiamo bene ancora da chi. La vicenda Berlusconi ha fatto subito da detonatore, ma ho sollevato il caso perché non condivido che le frodi fiscali possano essere transate con una sanzione amministrativa pari al 3% dell'evasione accertata». Insomma, lei ha dato l'allarme perché oltre ad essere sottosegretario è anche docente di Scienze delle Finanze e quindi conosce bene la materia. Può spiegare la differenza tra dichiarazione infedele e frode fiscale, alla base del pasticcio legislativo? «Era evidente a tutti che si stava approvando una norma che creava una franchigia di depenalizzazione non solo per i reati di dichiarazione infedele ma per le frodi fiscali. La differenza? Nel primo caso stiamo parlando di tutti gli errori legati alle dichiarazioni dei redditi: si tratta di omissioni parziali di redditi o di errori di applicazione delle norme sui redditi d'impresa e sugli oneri deducibili non riconosciuti. Queste fattispecie sono perseguite con il recupero delle somme evase, ma negli altri Paesi Ue, la dichiarazione infedele non è mai penale e si arriva alla transazione rapida con l'erario. La frode fiscale invece è una dichiarazione infedele che a monte ha una costruzione fraudolenta: si tratti di documenti falsi che attestano operazioni inestistenti. Lì c'è il dolo, quindi non ci dev'essere nessuna franchigia e va applicata la norma penale. Con il decreto legislativo, il Mef vuole alzare la franchigia solo per le dichiarazioni infedeli, proprio per non ingolfare le procure ed evitare un sacco di guai alle imprese. L'azione penale rimane per i casi più gravi e sempre per le frodi, ma chi commette un piccolo errore materiale non può essere indagato alla stregua di un grande evasore che riesce a farla franca perché resiste in giudizio fino in Cassazione». Ora è partita la caccia all'autore dell'emendamento salva-Berlusconi: bisogna cercare tra i tecnici del Mef o tra quelli della presidenza del Consiglio? «Nulla di misterioso, anzi è abbastanza normale che il Consiglio dei ministri modifichi i provvedimenti inviati dai singoli ministeri. L'abnormità deriva dal caso Berlusconi: anch'io voglio sapere chi ha presentato la norma, ma credo sia più importante analizzare tutto il contesto». ©RIPRODUZIONE RISERVATA