Il premier: al Quirinale candidato condiviso
ROMA Questa volta il Pd non fallirà. Dopo aver nel 2014 «iniziato» a vincere elezioni e «prenderci gusto», in questo 2015 saprà mostrarsi «decisivo» nella «difficile» scelta, «insieme a tutti» i partiti, di un «garante», un «arbitro equilibrato e saggio» alla presidenza della Repubblica. Se ne dice certo Matteo Renzi. Scrive una lettera di inizio anno agli iscritti al Pd. Indica mese per mese quali saranno i temi dell'agenda del governo, da affrontare «velocemente», «senza paura». E chiede ai Dem di «non mollare di un solo centimetro» nel cambiamento, guardando a quando «tra tre anni» arriverà il momento di andare a votare e farsi giudicare. Ma un passaggio cruciale da affrontare senza inciampi è quello dell'elezione, a fine gennaio, del nuovo capo dello Stato. Un passaggio che appena due anni fa portò alle dimissioni del segretario Pier Luigi Bersani. Un passaggio, ammette il presidente del Consiglio, «ovviamente delicato e difficile, come dimostra la storia parlamentare anche recente». E non solo perché «succedere a un grande italiano come Napolitano non sarà semplice», ma anche perché l'obiettivo dichiarato da Renzi è trovare ampia convergenza nel suo e negli altri partiti su un «garante super partes delle istituzioni». A non rendere facile l'impresa ci sono le condizioni e i veti che iniziano ad emergere. Da chi, nel centrodestra, invoca un nome di area cattolica e popolare. A chi, come il capogruppo Fi Paolo Romani, dice no a «tecnici o iscritti al Pd». Fino Santanchè e Prestigiacomo che chiedono che il nuovo presidente restituisca «l'agibilità politica» a Silvio Berlusconi, ovvero quella grazia negata da Napolitano. Renzi può certo contare sull'asse con il Cavaliere, che ha inviato segnali di ampia disponibilità. Ma chi ha provato a fare le prime ricognizioni sul fronte dei franchi tiratori, segnala che potrebbero sfilarsi da un'intesa i quaranta parlamentari azzurri vicini a Raffaele Fitto, e tra i 70 e i 90 della minoranza Pd (circa 30 senatori, più 40-60 deputati). «Non credo si rivedranno i "101" di Prodi - dice un esponente della minoranza dem - ma molti di noi sarebbero pronti a dichiarare il loro dissenso esplicito rispetto a un nome non autorevole». A far diminuire le resistenze sarebbe invece, osserva, una figura «non subalterna al governo». Perciò dalla minoranza viene letto come un segnale positivo inviato all'area del dissenso, il riferimento di Matteo Renzi a una figura «garante» e «super partes». Meno positivo viene invece considerato il passaggio della lettera in cui Renzi parla della legge elettorale da approvare «già dalle prossime settimane», perché difende il sistema dei 100 capilista bloccati che la minoranza dem chiede con forza di modificare. Porta chiusa? Se ne parlerà nella riunione dei gruppi convocata dal premier per mercoledì.