Il califfato che ridisegna le alleanze

di RENZO GUOLO L'anno che si chiude è quello in cui l'Is ha riscritto l'agenda politica mondiale. La conquista di un vasto territorio nelle province sunnite irachene e siriane da parte degli islamisti radicali, la proclamazione del califfato, e la conseguente nascita di un'alleanza di necessità tra Paesi occidentali e Paesi islamici per far fronte alla minaccia, hanno ridisegnato il panorama internazionale. Contrariamente a al Qaeda, che non ha mai cercato di dare forma a uno stato islamico, in nome del principio che questo si sarebbe potuto instaurare solo nel momento in cui il Nemico lontano, gli Stati Uniti, fosse stato convinto con il terrore a non interferire nelle vicende del mondo della Mezzaluna, l'Is ha scelto di territorializzare il proprio dominio. La duplice guerra civile, quella irachena e quella siriana, ha facilitato la realizzazione dell'obiettivo. Il gruppo di al Baghdadi si è inserito nel conflitto siriano assumendo un peso strategico rilevante, beneficiando inizialmente, in qualità di fazione armata militarmente più efficace, di ingenti aiuti provenienti dai Paesi del Golfo, le cui leadership erano interessate a sfruttarne il potenziale per mettere alle corde l'odiato Assad. Almeno sino al momento in cui, con la proclamazione del califfato, anche ai soliti apprendisti stregoni è parso chiaro che l'Is non si faceva dirigere da nessuno e le sue convergenze con attori e regimi interessati alla caduta del regime di Damasco o al contenimento dell'asse sciita, non offuscavano il suo obiettivo strategico: la proclamazione di uno stato islamico nel cuore della Mezzaluna. Prospettiva che presuppone non solo il rovesciamento dei "regimi empi" locali e la rottura dell'arco sciita che, passando per Damasco, unisce Teheran alla Beirut di Hezbollah ma anche l'abbattimento dei confini degli stati nazionali nati dopo il tracollo dell'impero ottomano. Un programma da brivido, per le sue implicazioni geopolitiche, ma dotato di una ferrea coerenza ideologica. La stessa che ha condotto migliaia di giovani nati o cresciuti in Occidente, immigrati o convertiti, a partire per la Mesopotamia per combattere una jihad ritenuta finalmente capace di inverare il mito politico e religioso di fondazione dell'islam. Un esodo combattente che ha dimostrato come, in questa fase storica, la distinzione tra globale e locale sia del tutto effimera. E allo stesso tempo, come l'islam radicale sia in grado di proporsi come ultima narrazione universalista. Un'ideologia totalizzante che con il suo rigido dogmatismo, con la sua capacità di rappresentare mediante drastiche semplificazioni ciò che è complesso, con l'uso di una brutale violenza che si vuole esemplare, si candida a colmare drammaticamente il vuoto che permea parte della gioventù della modernità liquida. Una distorta ricerca di senso che quei giovani credono di trovare nell'esperienza del cerchio caldo della comunità del fronte. Un fenomeno che ha un problematico riverbero non solo nel caso del ritorno a casa dei cosiddetti "combattenti stranieri", ma anche nella ricezione di questa ideologia tra quanti continuano a vivere nei Paesi occidentali e, trasformandosi in "lupi solitari", possono diventare protagonisti di un conflitto quotidiano di bassa intensità ma dal diffuso impatto che rischia di trasformare le nostre società in società della paura. Al contempo la forza dell'Is, prodotto anche della potente capacità evocativa insita nell'audacia di proclamare ciò che le generazioni militanti precedenti non avevano mai osato fare, lo Stato islamico, è anche la sua debolezza. Nel momento in cui proclama il califfato innesca la formazione di una vasta coalizione di necessità, divisa negli obiettivi strategici ma unità nel voler sconfiggere il regno nerocerchiato. Dagli Stati Uniti all'Iran, dall'Arabia Saudita alla Turchia, che pure hanno interessi non convergenti, tutti hanno convenienza che il gruppo di al Baghdadi venga spazzato via dalla scena. Molto dipenderà anche dall'esito del negoziato sul nucleare iraniano. Se andasse a buon fine l'Iran si vedrebbe riconosciuto l'agognato ruolo di potenza regionale. A quel punto spetterebbe agli iraniani, che insieme ai loro alleati Hezbollah hanno già gli stivali sul terreno, farsi carico della soluzione politica e militare in Iraq e Siria. Una prospettiva che avrebbe l'avallo dell'amministrazione Obama, paradossalmente molto più libera di muoversi a tutto campo dopo la perdita di controllo del Congresso, ma non certo gradita a Turchia e Arabia Saudita, divise nella lotta per l'egemonia nel campo sunnita ma unite nel contrasto a quello sciita. Ma questo è già il volto, seppure non meno temibile, di un conflitto successivo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA