Renzi: non temo minacce fare presto con l'Italicum
ROMA La prudenza, per ora, è relegata alla mera partita per il Colle. Per il resto e sebbene all'orizzonte in Parlamento si preannunci ancora tempesta, il premier Matteo Renzi non lascia spazio a cedimento alcuno. «Non temo minacce, vado avanti», è il chiaro messaggio lanciato ai critici del governo, tornati in trincea sui decreti attuativi del jobs act e pronti a dire la propria sull'Italicum alla ripresa dei lavori del Senato. Un Italicum sul quale, tuttavia, Renzi non ammette rallentamenti posticipando la discussione sulla clausola di salvaguardia al momento successivo ad un'approvazione del testo che, per il premier, non può arrivare oltre la fine di gennaio. Ed è al fronte dei detrattori che Renzi oggi si rivolgerà in un'attesissima conferenza stampa di fine anno. Un appuntamento alla vigilia del quale, tuttavia, il premier è stato soprattutto impegnato - con un rientro anticipato a Palazzo Chigi - a seguire costantemente gli sviluppi della vicenda del traghetto Norman Atlantic. Fuori Palazzo Chigi, nel frattempo, continua ad infuriare la polemica sull'applicazione del jobs act agli statali. Non bastano le parole del premier, che in un'intervista a Qn, delega ogni decisione finale al Parlamento. I malumori rischiano di rallentare il percorso delle riforme alla Camera e quello dell'Italicum 2.0 a Palazzo Madama. Renzi lo sa e non ammette deroghe. «Non abbiamo problemi a scrivere che la data di entrata in vigore della legge elettorale non sarà immediata. Noi non torneremo a votare fino a febbraio 2018. Ma prima di parlare di quella clausola - su cui siamo disponibili - voglio vedere il testo finale della legge», afferma, cercando di allontanare il nodo, ancora irrisolto, dell'entrata in vigore dell'Italicum. Nodo sul quale, tuttavia, Fi non si fida del solo accordo verbale tanto quanto il senatore leghista Roberto Calderoli, che avverte come, in Aula, «trucchi parlamentari» e l'eventualità del voto segreto potrebbero rappresentare il vero nemico di Renzi, in un Senato dove i numeri della maggioranza restano stringati e i frondisti di Fi agguerriti. E in trincea - formando un'asse con la Lega - restano anche i circa 30 senatori dissidenti Pd rispetto al punto dei capilista bloccati dove un compromesso sembra difficile. Anche per questo, Renzi sceglie di tirar dritto. «È in atto una rivoluzione copernicana e siamo solo agli inizi. Niente sarà più come prima in Italia», afferma il premier, negando qualsiasi manovra aggiuntiva a marzo e non partecipando al «tritacarne» dei candidati per la successione al presidente Napolitano. «Serve un nome che unisca», è il refrain del premier, ben consapevole che il rischio stallo è altissimo.