«La severità dei tribunali incentivò la ribellione»
PAVIA «Il regime penale nell'esercito italiano durante la Grande guerra fu lo strumento per la repressione e la compressione di ogni atto di intolleranza che si potesse verificare nella massa dei soldati – scrive il professor Alberto Monticone in Plotone di esecuzione – arrecò il suo valido e terribile concorso a portare e a tenere al fronte una immensa schiera di uomini, ma non assolse la funzione di colmare la frattura esistente tra l'autorità e le truppe, tra la direzione della guerra e gli uomini che di essa maggiormente portarono il peso. All'opposto, accrebbe la distanza ed aggravò la frattura e non fu l'ultima causa di quel risentimento dei combattenti che nel dopoguerra esplose nelle note drammatiche forme». Quanto alla giustizia sommaria, alle decimazioni e alle condanne a morte eseguite senza neppure la parvenza di un processo, e alle sentenze dei tribunali straordinari, furono soprattutto esse - sostiene ancora Monticone, già docente di Storia moderna alla facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze - «a creare un senso di ribellione contro l'ingiustizia». Ma anche «i verdetti dei normali tribunali di guerra diedero un pesante contributo». Furono, complessivamente, 870mila le denunce contro militari, 470mila delle quali per renitenza alla leva; 350mila i processi istruiti e celebrati, circa 170mila le condanne, di cui 111.605 per diserzione, 220mila a pene detentive (15mila all'ergastolo), 4028 le condanne a morte (in gran parte in contumacia), delle quali 750 eseguite. Un numero, questo, assai superiore rispetto alle condanne capitali eseguite in Francia (600), Gran Bretagna (330), Germania (meno di 50), nonostante la più lunga partecipazione al conflitto e gli eserciti più grandi mobilitati. Oltre 130mila condanne detentive furono comunque sospese e i rei rispediti al fronte, dove c'era disperato bisogno di materiale umano.