De Benedetti, un "outsider" all'Olivetti

di Lieto Sartori wPAVIA "L'Olivetti dell'ingegnere" (Il Mulino, 426 pagine, 20 euro) di Paolo Bricco non è solo la stagione di Carlo De Benedetti a Ivrea, è anche un libro sulla storia dell'Italia in quel periodo cruciale, dal 1978 al 1996, sulle scelte, economiche e politiche, che hanno poi dato il carattere attuale al nostro sistema industriale. Giornalista e storico, Paolo Bricco è inviato del Sole 24 Ore, specialista in economia e politica industriale, "nato a Ivrea per caso" aveva già pubblicato nel 2009 "L'Olivetti prima e dopo Adriano", racconta: «Il libro è frutto di due anni di lavoro in vari archivi e un anno di scrittura. Olivetti perché mi sono laureato con Giovanni Maggia, fondatore dell'archivio storico Olivetti. Come giornalista contestualmente mi sono sempre occupato di storia economica e economia dell'innovazione, inoltre per otto anni sono stato membro del direttivo dell'archivio, quindi avevo accesso ai documenti. E' un percorso di studi che dura da 15 anni, il primo libro arriva al 78, questo al 1996». Bricco, con un linguaggio semplice e ricco di dettagli, racconta l'avventura di un imprenditore "eretico" in un azienda "eretica". Quando De Benedetti, nel 1978, arriva all'Olivetti, l'azienda è in coma e ha bisogno di un imprenditore, dalla morte di Adriano nel 1960 è senza guida, tenuta in piedi da un consorzio di banche e imprenditori guidati dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, che non la lascia morire, ma non la fa neanche vivere. Arriva De Benedetti e l'Olivetti «torna ad essere un'impresa con un imprenditore – spiega Bricco –. Realizza un'efficace ristrutturazione dal 1978 al 1982, ci mette soldi suoi, convince altri investitori, motiva e coagula i dirigenti». I primi anni sono molto positivi, il periodo aureo è dal 1983 al 1986, quando l'azienda passa dall'elettronica all'informatica distribuita e riesce a farlo diventando una delle prime 10 aziende internazionali: il computer M24 è il più venduto al mondo. Così l'ingegnere di produzione Gino Pescarmona ricorda De Benedetti in quegli anni: "Veniva spesso a Scarmagno, il nostro impianto principale e si fermava a chiacchierare in dialetto piemontese con gli operai e i tecnici di line". De Benedetti interviene su produzione e finanza, ma la sua caratteristica sono le alleanze internazionali (nel 1985 il settimanale americano Time può dedicare la copertina a "L'incredibile ritorno della Olivetti"), segue più i network bancari americani che Mediobanca. Tra il 1987e il 1988 inizia la crisi dell'elettronica. Gli Usa sopravvivono per il massiccio sostegno del governo, in Europa tutte le aziende che dalla meccanica sono passate all'informatica (Bull, Thomson, Nixdorf, Siemens informatica) vanno a catafascio. L'Olivetti, invece, ha un codice genetico industriale che le consente di sopravvivere: è l'unica che ha investito nella telefonia che diventa la forma di salvezza. «L'Olivetti non è mai fallita, anche nel periodo più difficile – spiega Bricco – è sempre riuscita a ridurre il personale e a dare vita a Omnitel, una delle maggiori creazioni di valore europeo degli ultimi vent'anni. La telefonia dell'Olivetti, con la rete fissa Infostrada, viene valutata 40-45 mila miliardi di lire a metà degli Anni 90». Complesso è il rapporto di De Benedetti con Cuccia, nato attraverso il leader repubblicano Bruno Visentini, che, da presidente della Olivetti chiede all'ingegnere di andare a Ivrea. «I primi anni sono di vicinanza – racconta Bricco–. A un certo punto De Benedetti inizia a perseguire una propria strategia di internazionalizzazione, che non viene suggellata da Mediobanca e da Cuccia, regista egemone del capitalismo italiano. Questa mancanza di accordo con via Filodrammatici, come si chiamava allora, viene reputata un segno di distacco; il rapporto va avanti ma è chiaro che De Benedetti è cosa diversa dagli altri imprenditori. Mediobanca non ha mai coinvolto De Benedetti in operazioni finanziarie barocche per tenere a galla alcune aziende. Cuccia non crede nella telefonia, i soldi, 1600 miliardi, vengono raccolti all'estero, poi, in corsa, alcune banche italiane annusano l'affare, ci ripensano e partecipano con quote marginali». Bricco racconta anche il tentativo di De Benedetti di scalare la Société Général de Belgique (nel capitolo l'Olivetti e il mondo), i rapporti con la politica e il sodalizio con Berlinguer (Olivetti e la politica), fino alla tempesta perfetta e l'ultima metamorfosi della telefonia. Conclude Bricco: «I due anni di lavoro negli archivi all'Olivetti, tra le carte private di Carlo De Bendetti, nelle fondazioni Gramsci e Intesa San Paolo, quei due anni intensi e il materiale così ricco e inedito mi hanno convinto che il libro doveva diventare una storia del Paese, da qui la necessita di contestualizzare il più possibile: quindi storia economica, politica, culturale. Proprio perché De Benedetti è un outsider, come outsider era Camillo Olivetti, il fondatore socialista che non licenziava e pagava meglio i dipendenti. Nessuna impresa ha coltivato eresie così significative rispetto al sistema industriale italiano».