NON SI DICA CHE QUESTO È FOLCLORE
di GIAN CARLO CASELLI La violenza di destra l'opinione pubblica democratica l'ha spesso relegata nel "limbo del folclore nostalgico o pittoresco, in ogni caso inoffensivo" (così Franco Ferraresi, studioso fra i più accreditati della destra eversiva). C'è da sperare fortemente che questo atteggiamento minimalista non riaffiori oggi, a fronte dell'inchiesta dei pm dell'Aquila che hanno individuato un'associazione con finalità di terrorismo ed eversione (oltre che di discriminazione etnico-razziale), che si richiama al famigerato "Ordine nuovo", uno dei gruppi più attivi della cosiddetta "Destra di battaglia". È bene attendere gli sviluppi di ogni inchiesta per esprimere giudizi articolati, ma fin d'ora si intravvedono solidi elementi di riferimento. A partire dalla professionalità degli inquirenti (il procuratore Fausto Cardella ed il Ros dei carabinieri), che hanno acquisito riscontri probatori "in presa diretta", ricorrendo ampiamente alle intercettazioni, strumenti indubbiamente intrusivi, ma di ineguagliabile efficacia (il vecchio detto "verba volant" è ormai superato, perché "verba manent" - soprattutto nei processi - quando le parole sono intercettate e registrate…). Incidentalmente si può osservare che farebbe sorridere, non fosse sintomatico delle difficoltà della magistratura di questi tempi, lo scrupolo di Cardella di "giustificare" i costi delle intercettazioni: esaltando, da un lato, le grandi potenzialità della tecnologia, ma ricordando nello stesso tempo di aver sempre proceduto cercando di… spendere il meno possibile. Cardella dimostra così di non essere un magistrato "burocrate" che si fa carico soprattutto di tenere a posto le carte. Lo preoccupa molto di più l'esigenza di arrivare - nel rispetto delle regole - a risultati concreti, specie se sono in gioco interessi di fondamentale rilievo per la comunità. Tornando al merito dell'inchiesta, allo stato degli atti emergono progetti di azioni violente contro banche, questure, prefetture e uffici di Equitalia (da realizzarsi contestualmente e «con la gente dentro»!); nonché progetti di attentati contro uomini politici e magistrati «senza scorta», perciò assai più facilmente vulnerabili; e ancora programmi di azioni cruente in luoghi di ritrovo di extracomunitari. A questo quadro eversivo fanno da concreto supporto il possesso di armi e l'intensa attività degli inquisiti per procurarsene altre ancora, nonché la circostanza - rivelata dagli inquirenti - che l'uso effettivo delle armi è stato sventato quando era ormai imminente. Ma la cupezza e l'inquietudine del quadro crescono ancor più per il ricollegarsi del gruppo eversivo inquisito ai fascisti di "Ordine nuovo". Perché questa sigla che riemerge dal passato richiama alla mente fatti tra i più tragici della nostra storia, per il coinvolgimento di suoi militanti nelle stragi di piazza Fontana, Peteano, piazza della Loggia e treno Italicus e infine nell'assassinio (rivendicato) del giudice Vittorio Occorsio , pm in un processo proprio contro quel gruppo. Va inoltre segnalato che le "analisi" di "Ordine nuovo" (alle quali presumibilmente indulgono anche i suoi più recenti epigoni) erano condotte a colpi di «letamaio partitocratico», «regime di ladri e sfruttatori» e via salmodiando, cioè sul filo di invettive qualunquistiche che oggi vanno purtroppo prendendo piede con generalizzazioni indiscriminate, che di certo non giovano alla giusta definizione della pur grave situazione. Ma gli inquisiti dell'Aquila, oltre che guardare al passato, sono concretamente inseriti nel tempo presente, per la loro capacità di fare un uso massiccio dei social network come strumenti di proselitismo e propaganda eversiva e di incitamento all'odio razziale. Una conferma della tesi che in certe oscenità vomitate da alcuni siti web, si scorge - per qualche profilo - un'equivalenza tra questo moderno veicolo di comunicazione e le pareti delle latrine di ieri. ©RIPRODUZIONE RISERVATA