Mafia Capitale, sequestrati 100 milioni a Guarnera
ROMA Un patrimonio stimato in 100 milioni di euro. È quello che ieri la Guardia di finanza ha sequestrato a Cristiano Guarnera, l'imprenditore arrestato il 2 dicembre, insieme ad altre 37 persone, nell'ambito dell'inchiesta Mafia Capitale. Per i finanzieri Guarnera era «parte integrante dell'associazione» capeggiata da Massimo Carminati. Per gli investigatori: «La figura di Cristiano Guarnera si è nel tempo evoluta, trasformandosi da imprenditore colluso a imprenditore mafioso, affiliandosi al gruppo criminale e divenendo parte integrante dell'associazione stessa, mettendo a disposizione dell'organizzazione le proprie imprese nel settore dell'edilizia». Così ieri, su richiesta della direzione distrettuale Antimafia, la Gdf ha sequestrato all'imprenditore quote societarie, capitale sociale e patrimonio aziendale, più 178 immobili e 3 terreni, auto, moto e un'imbarcazione. Secondo il presidente del Senato, Pietro Grasso «per anni sulla Capitale ha speculato una criminalità mafiosa di tipo diverso rispetto a quella che siamo abituati a conoscere e a rappresentare, ma che, al di là delle connessioni, che pure ci sono, con le 4 mafie storiche, ha un'identità di "metodo" con le mafie tradizionali». Per il ministro dell'Interno Alfano «è fondata la configurazione del 416 bis. Come se qualcuno potesse ancora pensare che l'organizzazione mafiosa sia un club con sede a Corleone e con uomini con la coppola». E infatti, l'associazione di stampo mafioso, ipotizzata dalla procura di Roma supera ancora una volta il vaglio del tribunale del Riesame anche se un indagato eccellente, Riccardo Mancini, l'ex ad di Ente Eur, ritenuto il collegamento politico tra il gruppo guidato dell'ex terrorista "nero" e l'ex sindaco Gianni Alemanno, torna subito in libertà. Bruno Azzolini, presidente del Riesame, ha disposto la revoca dell'ordinanza di custodia cautelare e disposto la scarcerazione di Mancini, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Teramo. Bisognerà attendere le motivazioni per capire se a carico di Mancini siano venute meno le esigenze cautelari o se a non ci sia prova della partecipazione all'associazione di tipo mafioso. Resta in carcere, invece, con l'aggravante mafiosa già attribuita a Carminati, il presidente della Cooperativa "29 giugno" Salvatore Buzzi. Inalterate (tra carcere e domiciliari) le posizioni cautelari che gravano su altri indagati, come Matteo Calvio, Alessandra Garrone, Carlo Pucci, Mario Schina, Sergio Menichelli, Agostino Gaglianone, Paolo Di Ninno, Carlo Maria Guarany, Claudio Coldarelli e Giovanni De Carlo. Sono stati concessi i domiciliari a Giuseppe Mogliani e all'ex direttore generale di Ama, Giovanni Fiscon, per cui viene meno l'aggravante del metodo mafioso.