Big Ambrogio a ruota libera «Falstaff, Muti e i segreti della scena»

di Pier Angelo Vincenzi wPAVIA «Ho appena finito di mangiare sul Lungarno un panino con il lampredotto: sono a Firenze per lavoro». Il baritono Ambrogio Maestri è atteso da una miriade di impegni. I primi in calendario sono l'Andrea Chénier il mese prossimo a Napoli («Gerard è un gran bel personaggio»), Cavalleria Rusticana e Pagliacci a Salisburgo con Thielemann, Aida a Roma, a Santa Cecilia, in marzo. Pochi giorni fa era nel capoluogo toscano per Falstaff diretto da Zubin Mehta con la regia di Luca Ronconi. L'agenda è piena fino al 2019. Domani alle 18, al palazzo del Broletto, big Ambrogio, fresco vincitore di una delle medaglie d'oro assegnate dal Comune a San Siro, sarà protagonista - insieme al maestro Maurizio Schiavo - di un a delle "Conversazioni pavesi". Difficile possa restare a corto di argomenti. Quanti Sir John ha interpretato finora? «Duecentocinquanta – risponde Maestri, uno dei più celebrati cantanti d'opera di oggi ma anche un personaggio a tutto tondo con i quasi due metri d'altezza (1,90 per la precisione), 47 di piede e una stazza di tutto riguardo («Quanto peso? Sono un po' dimagrito, 156 chili») –: posso dire che Sir John è diventato come un compagno di vita». Ha debuttato nel ruolo di Falstaff nel 2001 alla Scala di Milano, con la direzione di Riccardo Muti e la regia di Giorgio Strehler. «Da allora l'ho cantato in più di 25 teatri diversi, dalla Staatsoper di Vienna al Covent Garden di Londra, dal festival di Salisburgo all'Opèra di Parigi, dalla Nederlandse Opera di Amsterdam con l'Orchestra del Royal Concertgebouw diretta da Daniele Gatti fino al piccolo teatro di Busseto, città natale di Verdi». A 44 anni ha ancora una lunga carriera davanti a sé. Con quali autori nuovi le piacerebbe misurarsi? «Wagner mi affascina ma prima devo studiare il tedesco, non voglio cantare come un pappagallo come fanno certi colleghi che non sanno l'italiano. Però continuo a rimandare il giorno in cui comincerò a prendere lezioni di una lingua che peraltro mi piace moltissimo. Una lingua di comando che mi è congeniale, perfetta per il recitar cantando così nelle mie corde». Qual è l'opera wagneriana che la ispira di più? «Il Lohengrin, fors'anche perché è la composizione più italiana tra quelle firmate dal compositore tedesco. I baritoni fanno gli dei, scendono dal cielo, ma è ancora troppo presto per parlare di eventuali ruoli. Di sicuro oggi attorno a Wagner c'è grande interesse. Austria e Germania sono diventati i nuovi Paesi di riferimento per l'opera. Proprio ad Amburgo ho assistito alle recite di Lohengrin e dei Maestri cantori di Norimberga: sono opere meravigliose ma complesse, difficili. C'è da studiare tanto, come sempre, d'altronde». E gli Stati Uniti che hanno reso star planetarie Renata Scotto e Luciano Pavarotti? «La crisi è arrivata anche negli Stati Uniti, forse oggi le cose vanno addirittura meglio in Europa, o almeno in certe parti del Vecchio Continente». Lei, interprete verdiano tra i più celebrati, sta pensando ad altri ruoli, a nuovi sviluppi nella sua carriera. «E' naturale, perché il pubblico vuole sempre di più, questo è un mestiere nel quale non sei mai arrivato. Il momento più bello è quando alla fine di uno spettacolo il pubblico ti applaude ma un secondo dopo si ricomincia, si pensa al giorno dopo, alle cose da fare e da migliorare. Io non mi accontento mai, credo dipenda una forte dose di spirito critico». Nel senso? «Non sono mai soddisfatto di quel che faccio, penso sempre che si possa far meglio. Non mi piace né vedermi su uno schermo - anche se l'esperienza cinematografica con "Magnifica presenza" del regista Ferzan Ozpetek è stata molto soddisfacente e piacevole - né sentirmi cantare. Il sentimento dell'autocompiacimento mi è estraneo. Chissà, magari è una fortuna». Perché? «Si rischia di dire della banalità. Però se non cambi, in questo come in tutti i lavori, sei perduto. Devi cambiare tu prima che gli altri ti obblighino a farlo. Per questa ragione cerco sempre di migliorare, di perfezionare il mio repertorio. Opere come Falstaff sono veramente più grandi di qualunque interprete: non c'è modo di esaurirle. Il grande repertorio di Verdi ormai l'ho cantato quasi tutto, tranne Macbet che deve ancora maturare dentro di me». Lei insiste molto sul fatto che quello del cantante lirico sia un lavoro a tutti gli effetti. «Per il quale serve la voce ma anche la testa. Cantare su un palco è un impegno totale che richiede grande energie e una preparazione continua. Non c'è modo di rimanere sulla cresta dell'onda solo grazie a un dono di natura. Impossibile. E io infatti ho pochissimo tempo libero». Cioè? «Studio, studio sempre. Per quell'applauso finale che dà senso al tuo impegno». Non si rilassa mai allora? «Mi piace visitare le città in cui sono chiamato a cantare. Se devo restarci a lungo, affitto un appartamento, non sopporto di stare in albergo per mesi. Solo così posso prepararmi da mangiare. Faccio cose semplici, tipo un minestrone o una pastina». Lei è una star mondiale della lirica ma anche un apprezzato gourmet. In questa stagione qual è il piatto che mangia più volentieri? «In questo periodo dell'anno mi viene una gran voglia di lesso: accompagnato dalle salsine, è un piatto fantastico». Da figlio di ristoratori la buona cucina resta una delle sue grandi passioni. «Vero, infatti dal mese prossimo la rivista Amadeus ospiterà in ogni numero una pagina di mie ricette. Quando andrò in pensione tornerò dietro il bancone in osteria». Riccardo Muti è stato, insieme con Placido Domingo, tra i primi a credere nel suo talento. Nei giorni scorsi si è parlato di una sua possibile candidatura alla presidenza della Repubblica. Cosa ne pensa? «Sono quelle cose che lasciano il tempo che trovano. Il maestro è una persona molto impegnata e comunque non vedo come un direttore d'orchestra in piena attività possa diventare un politico e svolgere un ruolo di garante in un Paese impegnativo come il nostro. Muti continuerà a fare il lavoro per il quale è amato in tutto il mondo. E' un artista straordinariamente autorevole che dà lustro all'Italia. Ognuno deve fare il mestiere per il quale è tagliato. E in questo senso Muti rappresenta un modello: una persona molto seria, ma anche capace nei momenti di relax di ridere e scherzare, di non rinunciare mai alla sua umanità. Un bell'italiano, insomma».