'Ndrangheta, arresti a Cava e Siziano
di Maria Fiore wCAVA MANARA Estorsioni, traffico di droga, appalti pilotati. Perfino il tentativo di mettere le mani sul servizio di catering allo stadio San Siro di Milano. Ma l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che ieri mattina ha arrestato 59 persone, non tocca solo il capoluogo lombardo. In carcere sono finiti anche Giuseppe Leotta, 53 anni, di Siziano, e Rosario Musitano, 44 anni, di Cava Manara. Secondo l'accusa, sarebbero stati coinvolti nei meccanismi di radicamento della 'ndrangheta a Milano e in Lombardia. Le accuse per tutti gli indagati vanno dall'associazione mafiosa al traffico di armi, fino alla corruzione di pubblico ufficiale ed estorsione. Leotta, che risulta irreperibile (ieri mattina gli uomini della Dda non hanno potuto notificargli l'ordinanza) è accusato di avere cercato di estorcere, con minacce e intimidazioni, insieme ad altre quattro persone, 400mila euro a due imprenditori milanesi. Per Musitano, invece, l'accusa è di traffico di droga. Insieme ad altre due persone (tra cui Antonio Musitano, di Vermezzo, anche lui in carcere) avrebbe gestito la detenzione e lo spaccio di circa 70 chili di cocaina (dai 2 ai 5 chili al mese) per un anno, nel 2011, tra i paesi di Corsico, Buccinasco e Trezzano sul Naviglio. Sia a Leotta che a Musitano la procura di Milano contesta l'aggravante di avere favorito l'associazione mafiosa. «Non sappiamo ancora nulla, speriamo che tutto si risolva in fretta», è l'unico commento rilasciato dalla famiglia di Musitano, che da tempo abita a Cava Manara. L'inchiesta ruota attorno alla cosca Libri-De Stefano-Tegano (vedi altro servizio a pag. 7). Secondo la procura di Milano gli indagati, a vario titolo, sarebbero riusciti a fornire a imprenditori locali una «protezione totale», utilizzando in diversi episodi le modalità dell'estorsione-protezione. Ma anche a condizionare l'aggiudicazione di appalti e servizi, anche corrompendo pubblici ufficiali, e a gestire una vasta attività di traffico internazionale di sostanze stupefacente di cocaina, hashish e marijuana, con l'obiettivo di accrescere il potere economico della cosca. Tra le varie attività, gli indagati avevano messi in piedi un complicato schema per ottenere l'appalto del catering dello stadio Meazza di Milano, coinvolgendo un carabiniere per gettare discredito sull'azienda che gestiva il servizio.