L'OPINIONE
(segue dalla prima pagina) espressa da Jurgen Habermas, uno degli ultimi autentici pensatori europei dei nostri tempi, erede di una straordinaria tradizione filosofica, nella recente intervista a "la Repubblica". Il punto centrale di quell'intervista è la critica, fatta con grande lucidità, della pericolosa tendenza, oggi diffusa in Europa, al ripiegamento sull'ideale dello Stato-nazione di derivazione otto-novecentesca, proprio nel momento in cui ci sarebbe invece bisogno del contrario, cioè di un'azione politica coraggiosa e forte che renda possibile un coordinamento efficace ed effettivo delle politiche fiscali, economiche e sociali, un loro governo esercitato da un livello comunitario superiore a quello delle singole realtà nazionali, per rendere davvero positiva l'introduzione dell'unione monetaria. Scelta straordinariamente importante, ma che ora sta rivelando tutti i suoi limiti, se non accompagnata anche dall'unione di quelle stesse politiche. C'è però una duplice contraddizione da evidenziare, nella situazione attuale. La prima. Come evitare la caduta in un ritorno ad un nazionalismo caro ai vari populismi che si stanno diffondendo, se l'Europa, intesa come l'insieme dei diversi organismi comunitari che la governano, dimostra di non essere in grado di guadagnarsi il consenso dei cittadini di quegli Stati nazionali che ne fanno parte? È necessario che i cittadini dei Paesi dell'Unione sappiano riconoscersi in organismi che quel consenso siano in grado di meritarselo, attraverso azioni di governo che si muovano per davvero all'interno di logiche di sistema, di quelle, per intenderci, che trattano alla pari tutti i soggetti interessati. Troppo spesso, invece, quelle azioni operano in senso esattamente contrario a quello in cui dovrebbero. Gli esempi si sprecano. Basta guardare come è avvenuto l'avvio del sistema bancario europeo con gli stress test sulle banche, i cui criteri hanno privilegiato i soliti noti, penalizzando altri altrettanto noti, come ben sanno le banche italiane. O come si è impantanata l'introduzione di normative a protezione del made in, di grandissima importanza per i Paesi che meno hanno fatto politiche di delocalizzazioni produttive, come l'Italia. La seconda. Sentiamo ripetere sempre più frequentemente che oggi, dopo venticinque anni di programmi Erasmus, ed altre azioni per amalgamare tra loro le generazioni europee più giovani, bisogna «fare l'Europa» dopo che, ormai, «abbiamo già fatto gli europei», capovolgendo l'espressione di Massimo d'Azeglio il quale, alla fine degli anni eroici del nostro Risorgimento, lamentava che «s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gli italiani». Ma non è, purtroppo, affatto vero che esista ormai una così diffusa coscienza di appartenere ad una comunità politica che ci chiede di essere, per davvero, cittadini di una unica realtà che sta al di sopra di quelle nazionali. Per la semplice ragione che, se così fosse, cadrebbero tutti gli alibi di quelle classi politiche, come ad esempio quella di cui è espressione anche l'attuale governo della Germania. Che si guarda bene dallo sfidare le spinte teutonicocentriche provenienti da partiti come Alternative fur Deutschland, aprendo scenari di ben diversa prospettiva nelle politiche europee sul piano economico e finanziario. Nella convinzione che quella sfida rischierebbe assai probabilmente di perderla. Con buona pace di tutti coloro che sono convinti che «abbiamo già fatto gli europei», Angela Merkel ripete a se stessa come un mantra le parole di Helmut Kohl a Francois Mitterrand: «Per fare una buona politica europea devo prima vincere le elezioni». Le ha vinte, e stravinte, per tre volte. Facendo una politica, come è ben noto, tutt'altro che europea. E conta di vincerle ancora continuando su questa strada. Ma, di questo passo, perderemo l'Europa. E sarà un dramma per tutti. Germania compresa.