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LA POLEMICA Ma chi si offende per un presepe? nChe dire della scuola della Bergamasca, o meglio del suo preside (e il Consiglio di Istituto? e i Docenti?) che ha dichiarato non esserci più spazio nè tempo per il presepe a scuola per non offendere le altre religioni? Non ci facciamo mancare niente: uno scontro ideologico sul presepe... Spesso mi chiedo se vi sono chiavi di lettura che possono spiegare quanto accade. Mi accorgo che le fregature maggiori arrivano da delinquenza e da ignoranza nel senso più pieno dei termini. Per esempio, finalmente è diventato più chiaro come la categoria delinquenza riesca a dar conto di quanto, a una lettura di superficie, appare come gesto nobile di recupero di tante vite e di tanti disperati. Provare vergogna per come la filiera dell'assistenza ai migranti sia organizzata e gestita, è il minimo. Subito dopo bisogna dire dei "Basta!" andando indietro, fino al mare, fino alle coste che ci stanno di fronte, fino ai reclutatori di destinati a possibile morte o a disperazione probabilissima. L'"affaire" presepe è solo frutto di ignoranza: un'ignoranza ostinata, presuntuosa. Perché il Presepe appartiene al mondo dei simboli, che sono quegli aspetti di una cultura che sono proprietà di tutti, che descrivono una o più parti dell'esistenza come frame di un film di cui ognuno può essere spettatore ed interprete. L'immagine del Bambino che nasce è la stessa nel paesaggio di carta e cartone e nel reparto di neonatologia di un ospedale. È la Vita. La ragazza che gli sta accanto è identica alla puerpera che per la prima volta attacca al suo seno un neonato felice, perché è la Madre. La Luce in alto in forma di stella, alla quale sono rivolti occhi un poco stralunati di statuine, non ha la stessa forza evocativa dell'aggeggio che conduce per il cielo Samantha? I simboli veri non sono né religiosi né laici: sono simboli. Chi non capisce questo è affetto da ignoranza crassa. E se dirige anche una scuola, il danno di conseguenza è enorme. Non possiamo continuare a lasciare anche la Scuola agli ignoranti. Paolo Pizzo Pavia TEMPI MODERNI L'amicizia nell'era di internet nA fronte di una crescente disponibilità di mezzi di comunicazione si avverte un diffuso senso di solitudine. Resta sottotraccia il bisogno di spezzare un isolamento emotivo e culturale che spinge verso l'indifferenza. In un mondo dove stanno saltando regole, certezze, responsabilità ci si interroga, inquieti, su tutto: le domande prevalgono sulle risposte, si crea un vuoto di riferimenti rassicuranti. Molti cercano nel volontariato e nell'associazionismo il desiderio di partecipare. Altri avvertono il venir meno dei sentimenti. Qualcuno ha scritto che ci restano internet e la disperazione come contesti antropologici prevalenti in un'epoca di disorientamento, sgretolamento istituzionale, insicurezze economiche. Si può dire che le nuove tecnologie assecondino il bisogno di stabilire relazioni, persino di coltivare amicizie. Non senza contraddizioni, però. Basta salire su un autobus per notare come le persone siano concentrate nell'uso di telefonini e tablet ma assenti rispetto alle comunicazioni primarie: parlare tra loro, scambiare opinioni. I sentimenti e le emozioni che prima si vivevano in presa diretta, ora vengono immesse nella rete come una necessità impellente: il bisogno di scrivere prevale sul contenuto. Tutti connessi e tutti appartati. Anche al tavolo del bar due persone sembrano "insieme" ma sono connesse con due mondi tra loro separati. Non stupisca che si cerchino amicizie in rete: il nuovo, il gusto dell'emozione costituiscono un mix di fattori che spingono a isolarsi e a iniziare percorsi di conoscenze più stimolanti della routine domestica. Resta da chiedersi quante "amicizie" in rete siano da ritenersi tali. La cronaca ci riferisce di storie iniziate in questo modo e finite in avventure pericolose. Il valore dell'amicizia consiste piuttosto nella sua "gratuità", nelle prove di tenuta cui è sottoposta dalle alterne vicende della vita. I nostri vecchi ci hanno insegnato che una stretta di mano e la "parola data" valgono più di un patto scritto. Valori in disuso in un'epoca in cui prima ci si ama e poi ci si odia con facilità sconcertante. Francesco Provinciali Pavia