Laura, un'altra vittima dell'amianto

di Donatella Zorzetto wVERRUA PO Nelle ultime settimane di vita ha distrutto tutte le foto: quelle con suo marito, con le sue figlie, e anche quella della carta d'identità. «Non voleva più vedersi perchè teneva alla sua immagine, si sentiva distrutta e imbruttita dalla malattia». Così di Laura Ferraresi è rimasta solo una foto, un primo piano a colori di quando aveva pressappoco 40 anni. È l'immagine dell'ultima vittima dell'amianto, vita stroncata a 59 anni da un mesotelioma pleurico diagnosticato nell'agosto del 2011. La donna, per anni ex parrucchiera a Broni, viveva a Verrua Po con il marito Silvano Gabbetta, 59 anni, titolare di una ditta edile, e le figlie Ilaria, 35 anni, ed Elisabetta, 38 anni. Gabbetta nelle scorse settimane ha perso la moglie, ma in passato ha dovuto dire addio anche al padre 74enne per lo stesso motivo: mesotelioma. Ora sono proprio Silvano e Ilaria (ai quali ieri ha fatto visita Silvio Mingrino, presidente di Avani) a raccontarne la storia. Nella quale solo un aspetto pare un po' meno tragico degli altri: «Siamo riusciti a risparmiarle il dolore terminale che questa malattia provoca – sottolineano –. Perchè il mesotelioma non perdona e dà grande sofferenza. Grazie a Luciano Mutti, oncologo di fama internazionale e presidente Gruppo italiano mesotelioma, che le ha praticato una propria cura, Laura è riuscita ad arrivare alla fine del suo percorso di vita sfinita, ma senza quella grande sofferenza che in questi casi ci si aspetta». Faceva la parrucchiera Laura Ferraresi. A Broni aveva trascorso gli anni della sua adolescenza, sino al matrimonio, celebrato nel 1973. Nella città dell'amianto aveva studiato, e appena 14enne aveva fatto l'apprendista in un negozio di via Mazzini. «Ci raccontava che tutte le mattine, quando alzava la saracinesca, vedeva levarsi in aria una nuvola di polvere, che immancabilmente respirava – racconta il marito –. Ma allora chi pensava all'amianto e alla Fibronit?». «La stessa cosa era accaduta a mio padre – prosegue l'uomo – che lavorava nell'edilizia, e sui tetti di Broni tagliava le lastre d'amianto con il flessibile. Sono convinto che nei polmoni quella sostanza ce l'abbiamo tutti, e che la malattia aggredisca chi è più debole». Come Angelino Gabbetta, che ne era stato colpito poco aver accusato un ictus, e come Laura Ferraresi, che, sottoposta ad un intervento chirurgico di routine, e in seguito ad esami di controllo a Voghera, si era trovata con un mesotelioma ad un polmone. «Avevano riscontrato un versamento – spiega Silvano Gabbetta –. La drammatica scoperta era stata fatta in seguito ad una biopsia eseguita a Milano». «Mia mamma così è stata operata al S. Rita di Milano – prosegue Ilaria –. E poi sottoposta a chiemioterapia e radioterapia. Ma il male, che in un primo momento sembrava essersi fermato, si è aggravato. Perciò i medici ci hanno consigliato una terapia sperimentale ad Alessandria. Noi non abbiamo accettato, non ci fidavamo». È stata Elisabetta, attraverso ricerche personali, ad arrivare a Mutti. «Grazie a lei, che è farmacista, abbiamo conosciuto questo medico, luminare nel campo del mesotelioma – spiega Ilaria – . E ci siamo rivolti a lui. Era la fine del 2013. Non avevamo altre speranze: mia mamma era febbricitante, non riusciva a respirare, era gonfia. Mutti ha detto che il male era già in stadio avanzato, perciò le ha praticato una propria cura. Che ha portato subito effetti visibili: il gonfiore è sparito, come il male. Grazie a questa cura lei ha potuto evitare il dolore fisico». Ma non quello psicologico: «Ricoverata negli ultimi giorni alla clinica Beato Matteo di Vigevano diceva, "Sono stanca", e col pensiero andava alla sua auto "non potrò più guidare" – concludono i familiari –. Per lei l'auto era sinonimo di autonomia e indipendenza. Le ali che non ha più avuto».