Cosche in Lombardia fra riti ed estorsioni 40 arresti a Milano

MILANO «La musica può cambiare» ma non la 'ndrangheta, che con rituali che risalgono a due secoli fa, ha costretto investigatori e magistratura «a tornare sugli stessi passi e negli stessi luoghi» dove si pensava fosse stata estirpata e dove invece, «infiltrata» da decenni, si è oramai «radicata». E così ieri mattina, a distanza di tre settimane dagli ultimi arresti in Lombardia, è arrivato un nuovo colpo alle cosche del Nord Italia con un blitz che ha portato nel carcere di Opera 37 persone e tre ai domiciliari. L'indagine, coordinata dal capo dell'antimafia milanese Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Francesca Celle e condotta dai carabinieri del Ros di Milano guidati dal tenente colonnello Giovanni Sozzo, ha smantellato tre cosche, chiamate "locali", due in provincia di Como, a Cermenate e Fino Mornasco, e l'altra in provincia di Lecco, a Calolziocorte. Le ordinanze di custodia cautelare, firmate dal gip Simone Luerti, sono state eseguite anche in Veneto e in Calabria al termine di un'inchiesta avviata alla fine del 2012 in seguito a una serie di atti intimidatori e attentati incendiari in danno di imprenditori, politici della zona, tra cui il sindaco di Fino Mornasco, e anche di un avvocato del comasco e di un commercialista del Canton Ticino. I reati contestati a vario titolo sono associazione per delinquere di stampo mafioso, detenzione, porto abusivo e vendita di armi clandestine, nonchè estorsione e tentata estorsione, anche con l'aggravante della transnazionalità perché i presunti boss avrebbero esteso i loro tentacoli in Svizzera. A finire in cella all'alba sono stati tra gli altri, Antonino Mercuri "Pizzicaferro" e Giuseppe Puglisi "Melangiana" rispettivamente capo locale a Calolziocorte e a Cermenate e Michelangelo Chindamo, capo locale a Fino Mornasco. E ancora Salvatore Pietro Valente, il quale avrebbe cooptato il figlio minorenne, ora indagato, facendolo entrare nella cosca del lecchese (tra gli arruolati ci sarebbero anche «giovanissimi» nipoti) e Michelangelo Larosa, il cognato di Giuseppe, il capo della cosca di Giffone, che in più di un'occasione è salito dalla Calabria per partecipare alle «mangiate», le riunioni operative, ai rituali come giuramenti con il conferimento di cariche e doti della «Santa» e del «Vangelo». «Mangiate» e «rituali» che per la prima volta in una inchiesta di 'ndrangheta «non sono state sentite dalla voce di mafiosi e pentiti - ha spiegato Ilda Boccassini nel corso di una conferenza stampa - ma sono stati filmati e registrati in diretta». Inoltre, nelle perquisizioni di ieri sono stati trovati anche «i quaderni con i formulari» - ha proseguito il capo dell'antimafia milanese. A testimoniare l'attività criminale delle cosche oggi decapitate e che contano, dal 2008 al 2012, circa 500 episodi tra intimidatori ed estorsivi «tutti caratterizzati dall'omertà delle vittime», annota il gip nel suo provvedimento, ci sono molte intercettazioni del tipo «se hai qualche problema dì che vengo io e gli stacco la testa» o «sappi che sei nel mirino». Quasi tutte le intimidazioni, ha confermato la Boccassini, «non sono state denunciate come tali».