l'opinione
Un traghetto coreano andò a fondo, carico di passeggeri, il 14 aprile del 2014, e l'altroieri il comandante è stato condannato a 36 anni di prigione. E gli è andata bene, perché per lungo tempo pareva che la condanna sarebbe stata la pena di morte. È ritenuto colpevole di aver abbandonato la nave in pieno pericolo, e di aver pensato solo a salvare se stesso. Nella nave c'erano 476 passeggeri, quasi tutti studenti. Morirono in 304. Noi abbiamo avuto un incidente per molti versi analogo (tranne che nelle proporzioni, Deo gratias).Una nave in crociera carica di passeggeri, un affondamento per colpa o imperizia, il comandante che se la svigna saltando su una lancia di salvataggio, 32 passeggeri più un sommozzatore morti. Ma la cosa risale al gennaio 2012 e il comandante è ancora sostanzialmente libero, sta in una villetta, concede interviste, e non si sa che sorte definitiva avrà. Non dobbiamo invidiare i coreani: non è detto che la loro sia giustizia. Però la vicinanza della condanna al reato fa parte dell'idea di giustizia, così come la lunga attesa della sentenza è sempre un'ingiustizia. Una giustizia lenta, come la nostra, non si fa temere, e una giustizia che non si fa temere non frena i reati, ma li favorisce. Adesso in Corea il popolo collega l'affondamento di quella nave, e l'annegamento di quei poveri passeggeri, e la fuga del comandante, alla condanna a 36 anni, e cala nel proprio cervello l'idea che la giustizia c'è e sta all'erta. Purtroppo per noi, le agenzie d'informazione straniere lanciano la notizia col titolo: «Condannato lo Schettino coreano», che costringe i nostri cervelli, di noi lettori italiani, ad agganciare subito la domanda: «E lo Schettino italiano?». Niente, su di lui la sentenza finale non c'è ancora, è apparso in tv qualche settimana fa, e continua a rilanciare la tesi non solo di una sua non-colpa, ma anche di un suo merito per una manovra geniale, ispirata da Dio. Quello di Schettino fu, a quanto pare, un incidente, di fronte al quale mancarono prontezza, competenza, responsabilità. Ci fu insomma un concorso di colpe. A partire dalla prima e massima, la vicinanza agli scogli. Quando avremo un verdetto su queste colpe, sarà comunque troppo tardi. Va sempre a finire così. E questo genera nella società un senso di sfiducia nella giustizia, che si abbina, nella parte corrotta della società, a un atteggiamento di sfida. Non passa mese senza che dobbiamo leggere questa sfiducia (da parte del popolo) e questa sfida (da parte di qualche casta di potenti). Oggi è la volta dell'inchiesta su 41 consiglieri dell'Emilia. L'indagine trapela anche sulla stampa straniera, perché ha aspetti molto interessanti. Anzitutto, ci sono 41 consiglieri indagati su 50, una maggioranza così vasta che rasenta la totalità. Han cercato di lucrare su tutto. Facendosi rimborsare perfino lo scontrino di una toilette pubblica. La somma totale contestata supera i due milioni di euro. E non è coinvolto un partito, o due, o tre, ma pressoché tutti i partiti, Pd, Idv, Pdl, Lega, M5S, Sel, Udc. Questo fattaccio mostra molte cose sul rapporto tra amministratori italiani e giustizia. Non la temono perché: 1) molto spesso la fanno franca, 2) la posta in palio è sempre alta, 3) conseguenze penali non ci sono quasi mai, 4) se ci sono condanne penali, si evitano con la malattia, 5) un attimo prima della sentenza, se si prevede pesante, si patteggia. Se interesse di chi giudica è fare in fretta, interesse di chi è giudicato è tirare per le lunghe, e possibilmente all'infinito. Perciò non dico che la sentenza coreana sia un modello di giustizia, non deve piacere a nessuno un processo che parte prevedendo la condanna a morte. Ma dico che i nostri processi che non partono mai o non finiscono mai, le nostre sentenze che non arrivano mai, le nostre condanne che non vanno mai in esecuzione, sono la paralisi della giustizia. Altrove può esserci una giustizia sbagliata. Ma da noi c'è la non-giustizia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA