Facchin a quota cento con la maglia del Pavia

di Luca Simeone wPAVIA «Il portiere della squadra dell'oratorio si era fatto male e serviva un sostituto: "Metteteci quello alto", gridarono le mamme». Quello alto era lui, Davide Facchin: «E dalla porta non sono più uscito». Domani a Lumezzane festeggia le cento presenze con la maglia del Pavia: la prima il 12 agosto 2009, in Coppa Italia, contro il Rodengo Saiano di Braghin, proprio l'attuale allenatore del Lumezzane. Finì 1-0 per i bresciani, ma Facchin parò un rigore nel recupero. Poi esordio in campionato il 24 agosto contro la Valenzana, 0-0. «Mandrelli era infortunato e giocai io. Una buona gara, fui poco impegnato». Dopo Olbia e Padova, Facchin a 23 anni era approdato al Pavia per fare da secondo proprio a Mandrelli. «Con Cristian c'è un bel rapporto, lo sento spesso – racconta Facchin – questa estate sono andato a trovarlo a Sant'Arcangelo, in Romagna, dove ha aperto un bar. Lui è un esempio, il mio modello di portiere: estroso dentro e fuori dal campo». Con Mandrelli davanti, Facchin mise insieme poche presenze: «Ma giocai i play off con lo Spezia perché nella prima partita Cristian venne espulso». L'anno successivo Mandrelli andò al Carpi e il Pavia puntò su di lui. «Ci salvammo grazie alla penalizzazione del Ravenna». Un'annata della quale ricorda però due tra le sue migliori prestazioni di sempre: «A Gubbio, che vinse il campionato, e a Sorrento». Nessun dubbio sull'attaccante più forte mai incrociato: «Paulinho. Dopo la nostra vittoria 5-4 sul Sorrento (tripletta del brasiliano, ndr) il papà di un mio compagno, Daffara, che leggendo le formazioni aveva trovato il vero nome, Paulo Sergio Betanin, disse: "E meno male che non c'era Paulinho"». L'avversario più scorretto? «Pestrin della Salernitana e Cosenza della Pro Vercelli: ho visto alcuni miei compagni con graffi e segni sul corpo al termine delle partite». Tornando alle salvezze, ci fu quella clamorosa dell'anno successivo: «A gennaio nessuno ci credeva più, ma quella era una squadra forte e solo con l'arrivo di Roselli se ne capì il vero valore. Fino a gennaio fu un disastro e anche io toccai il mio picco negativo nella gara col Benevento». Ma poi proprio Facchin fu tra i protagonisti dell'incredibile rimonta: «Battendo la Spal, una grande squadra, cominciammo a capire che ci si poteva salvare: io feci subito una bella parata su Arma e Cesca segnò nel finale». Poi, in estate, il passaggio alla Reggina. Teoricamente un bel salto, in B. In pratica una stagione da dimenticare: «Feci fatica ad accettare quella proposta e non per l'opportunità in sé, con una maglia importante, ma per come era nata. La Reggina fece l'operazione perfetta: ero in prestito, prendevo poco pur essendo un portiere affidabile e loro facevano giocare a Pavia il loro portiere, Kovacsik. Mi sono sempre chiesto che senso avesse invece questa operazione per il Pavia: tra l'altro Kovacsik era straniero e quindi non portava contributi». In campo poi fu un calvario: «In porta c'era Baiocco, che obiettivamente fece malissimo. Io sono uno che non rompe le scatole, ma a un certo punto chiesi a mister Dionigi perché non giocavo. E lui: "Aspettavo da mesi questa domanda", mi chiese scusa e mi fece capire che la scelta era imposta dalla società». Eppure in quella stagione una soddisfazione ci fu: la grande prestazione a San Siro in Coppa Italia contro il Milan, dove Facchin era cresciuto. «Fu un segnale, come a dire: "Io ci sono"». A 27 anni Facchin non è giovane ma nemmeno vecchio: «Sono maturato tardi ma rimpianti non ne ho. Però per salire di categoria dovrei vincere un campionato o trovare un ds che mi noti». In realtà un paio ce ne sarebbero stati: Bigon del Napoli, nel 2012, e l'anno scorso si parlò di un interessamento dell'Udinese. «Solo voci, mai saputo nulla – assicura Facchin – certo che se Bigon dovesse ripensarci...». E anche se è noto che Davide vorrebbe evitare di spostarsi al di sotto di Firenze, «per piazze come Napoli o Palermo sono pronto a fare un'eccezione», ride. Nato a San Donà di Piave, Facchin è legato ancora alla sua terra: «Noi veneti abbiamo un senso di appartenenza molto forte». Però Pavia, dove è tornato l'anno scorso dopo il trauma a Reggio Calabria, è diventata la sua città d'adozione: «Qui mi trovo bene e adesso convivo con la mia fidanzata. Ci stiamo preparando al grande passo, la nostra nuova casa la stanno costruendo». Si dice che i portieri in fondo siano tutti un po' matti: «Io direi incoscienti. In definitiva facciamo un altro sport: siamo vestiti in maniera differente, usiamo le mani, non possiamo sbagliare, ci manca la gioia del gol. Il portiere è sempre considerato il più scemo o il più matto». Da piccolo, la vocazione da portiere l'aveva coltivata grazie al fratello: «Era più grande e giocavamo tra noi: lui tirava, io dovevo stare in porta». Poi però da ragazzo il calcio non era in cima ai suoi pensieri: «Volevo fare il pasticciere, una passione trasmessa da un amico di famiglia. Quando l'Udinese fu sul punto di prendermi pensai che era perfetto: lì c'era una scuola per pasticcieri ed ero già andato a informarmi. Poi invece mi prese il Milan e saltò tutto». E quella passione finì nel dimenticatoio. Domani per le cento partite azzurre di sicuro non ci sarà una torta confezionata dal portierone azzurro: «Non sono capace di fare nemmeno un biscotto». ©RIPRODUZIONE RISERVATA