«Il mio Re Lear "pop" pensato per i ragazzi»
PAVIA «Il mio è un Lear pop e post moderno, credo che percorrendo sempre strade già tracciate si rimanga fermi»: Michele Placido domani alle 21 aprirà la stagione di prosa del Fraschini con la sua versione dell'opera di William Shakespare («la sua più grande, insieme all'Amleto», secondo l'attore-regista). Scritta nel 1605 dopo l'incoronazione di Giacomo I, il re che unificò l'Inghilterra, "Re Lear" parla proprio dell'unità del regno e della sua disgregazione, identificando in questa sconfitta la tragedia della modernità imminente, che Placido traduce sulla scena con un mondo in preda al disordine, popolato dia oggetti simbolici che sembrano abbandonati da secoli e, tutt'intorno, l'ambientazione di una desolata periferia industriale, dalle cui macerie fanno capolino le icone spezzate di regnanti post-moderni, da Kennedy a Lenin, dalla regina Elisabetta a Bin Laden. «Quando ho in mente un allestimento, preferisco partire dalle suggestioni delle scene più che da un progetto predefinito - spiega Placido, a capo di una compagnia che conta 14 giovani attori tra i quali suo figlio Brenno nel ruolo del Matto - Ho voluto che il testo prendesse forma attraverso il contributo dei miei attori, su cui ho modellato i personaggi, e la definizione di "rivisitazione pop" mi è apparsa alquanto congeniale, dato che non amo tutto quello che risulta fossilizzato». Perché? «Le nuove generazioni devono raccontarsi in modo diverso da noi. E a nostra volta non dobbiamo temere la modernità. Per questo ho concepito scenografia e costumi guardando al presente, senza perdere di vista il testo originale. E' un giusto equilibrio fra rispetto della tradizione classica, immortale come lo è Shakespeare, e innovazione, che è quell'elemento indispensabile per catturare l'attenzione di un pubblico giovane, che non sa e non ha più voglia di ascoltare e di leggere. Penso sempre a quando avevo 18 anni: non ha avuto la fortuna di accedere agli studi classici e nemmeno alla bellezza della letteratura e dell'arte in generale. Poi l'ho scoperta, l'ho studiata e ne ho fatto un mestiere, e ora vorrei far capire ai giovani che l'arte "classica" non è affatto inavvicinabile». Qual è la lezione universale che rende Re Lear un classico senza tempo? «La tematica più affascinante per me è il rapporto generazionale tra il padre e le figlie, in cui la fiducia che nasce dal rapporto familiare viene tradita dagli interessi. Ma così è sempre stato e sempre sarà, anche fra duemila anni, perché la struttura familiare è infida per definizione. Lo vediamo anche oggi, genitori che si scagliano contro i figli e figli contro i genitori, spesso in modo violento, anche più del passato. E la cosa curiosa è proprio questa: pensiamo di esserci evoluti dai tempi di Re Lear e invece scopriamo che siamo capaci di fare anche peggio». Altri temi che lei ha messo in risalto? «Quello della vecchiaia e della follia, che sono la conseguenza di questi rapporti familiari falliti e che in Re Lear rappresentano la tragedia e la decandenza dell'uomo. Quando siamo giovani pensiamo che a noi non toccherà mai un destino così, poi, quando ci si ritrova alle soglie della vecchiaia, come me, ci si scopre ad analizzare ogni giorno tutto quello che abbiamo fatto, nel bene o nel male. E poi c'è anche un aspetto mistico in questa tragedia, che racconta il fallimento dell'uomo quando alla base non c'è niente in cui credere e sperare, al di là della morte. Un sottotesto di re Lear che spesso viene sottovalutato e quasi mai messo in scena». E' la sua prima regia di Shakespeare, ma non certo la prima volta nei panni di uno dei suoi personaggi. Shakespeare riesce ancora a stupirla? «L'ho frequentato in scena più di qualunque altro autore, eppure sì, continua a sorprendermi, perché è un maestro. Anche mio figlio, attualmente in compagnia con me, mi dice che ogni giorno succede qualcosa che gli fa venire in mente parole di Shakespeare. Credo che Shakespeare abbia inciso nella nostra storia e nella nostra letteratura quanto, se non più, della Bibbia». Marta Pizzocaro (Nella foto: Michele e Brenno Placido)