Alla casa accoglienza «Noi ragazzi siamo come in trappola»

Chiamata a raccolta stamattina nella sala di San Martino in Tours (ore 9.30) di tutte le associazioni di volontariato per un primo incontro di una serie di incontri confronto sul tema delle politiche sociali a Pavia. «Ritengo infatti – dice l'assessore alla partita Alice Moggi – che il dialogo e la condivisione di riflessioni con il Terzo Settore, possa essere un importante strumento nella costruzione di nuove strategie per fare fronte ai tanti bisogni che ogni giorni ci troviamo ad affrontare». PAVIA Mimo è in Italia da dieci mesi. Da solo ha lasciato l'Egitto a bordo di un barcone, approdato sulle coste siciliane. Cinque mesi fa è arrivato al Villaggio San Francesco, la struttura comunale che si trova in viale Sardegna e ospita 32 ragazzini, tutti minorenni. Ha il volto fiero e sfrontato, gli occhi nascosti da un paio di occhiali da sole, mentre parla tiene le mani in tasca. La pattuglia della polizia si è appena allontanata, chiamata per calmare i ragazzini che si erano azzuffati. Mimo esce dal cancello che protegge l'edificio, 1300 metri quadri che ospitano una settantina di persone, minori non accompagnati, persone in difficoltà, famiglie sfrattate. Italiani e stranieri falcidiati dalla crisi. Storie di ordinaria emarginazione che si incrociano e si scontrano. Perché la convivenza è difficile e le esigenze diverse. Ieri alle 12.30 i ragazzi volevano uscire, hanno iniziato a protestare. «Non c'è niente da mangiare, c'è solo maiale», dice Mohammed, 17 anni. Anche lui è egiziano ed è sbarcato un anno fa, mentre al villaggio si trova da tre mesi. Anche lui in Italia è arrivato solo. Con un po' di paura, ma tanta speranza. «Ma qui non mi danno neppure i soldi della ricarica telefonica per chiamare casa, è da sei mesi che non sento i miei genitori». Lui e Mimo chiamano gli altri che si dispongono a cerchio. «Dormiamo tutto il giorno – dicono – i corsi scolastici si tengono due giorni a settimana, ma per il resto del tempo non sappiamo cosa fare, siamo in 4 in una camera». A loro il villaggio sta stretto, «vogliamo uscire e poter lavorare, siamo venuti in questo Paese solo per questo». Poi ritornano dietro la cancellata rossa. «Il Comune nei loro confronti ha l'obbligo della tutela legale – spiega l'assessore Alice Moggi –. I ragazzi non possono allontanarsi da soli, sono divisi in 3 classi, seguono corsi di italiano, svolgono attività sportiva e ogni venerdì vengono accompagnati alla moschea, seguiti da personale qualificato». I pasti arrivano dalle mense del policlinico e dell'ospedale di Voghera. «Gli operatori – aggiunge – ci risultano essere molto rispettosi delle abitudini alimentari religiose». Dello staff che si occupa del Villaggio fanno parte quattro educatori, due custodi e un responsabile, oltre agli assistenti sociali e ai volontari. «Ci rendiamo conto che la struttura è oggettivamente inadeguata a ospitare questi ragazzi e le famiglie sfrattate – dice Moggi – e non è idonea ad accogliere bambini e persone malate, ma dobbiamo fare i conti con quello che si ha a disposizione. Il villaggio è un luogo di prima accoglienza, ma purtroppo gli adulti non trovano lavoro e finiscono per rimanere qui a lungo». Stefania Prato