«Ebola, basta psicosi» Italia a rischio basso e ospedali preparati
di Fiammetta Cupellaro w ROMA L'erba tagliata come in un parco svizzero, le palazzine degli anni Trenta colorate e restaurate, vialetti silenziosi, poche le macchine parcheggiate. È dentro questa oasi di verde, poco distante dal centro di Roma che medici e infermieri dell'ospedale Spallanzani affrontano l'emergenza ebola. Un virus, portato dai «pipistrelli della frutta», che in sette mesi ha già ucciso 4.546 persone con 9.191 casi accertati in Guinea, Sierra Leone, Liberia e che figura nell'elenco di potenziali armi bioterroristiche, insieme all'antrace e la peste. L'attuale epidemia, considerata la peggiore dal 1976, anno di scoperta del virus è la prima volta che causa morti in Europa e Stati Uniti. E l'Organizzazione mondiale della sanità parla ufficialmente di «emergenza di sanità pubblica internazionale». L'ospedale Spallanzani, antico istituto dedicato alle malattie infettive, è uno dei due centri di riferimento italiani per combattere ebola. L'altro è il Sacco di Milano. In questo istituto romano considerato al livello 4 per gli standard di bio-sicurezza, il massimo, dietro l'atmosfera ovattata e rassicurante, i medici lavorano con il respiratore e sono disponibili 24 ore su 24 per fornire consulti a colleghi di tutta Italia. In una zona isolata, sorvegliata da un servizio di vigilanza armata, c'è una palazzina dove i medici entrano nascosti da speciali tute di protezione. Le stanze sono separate dall'esterno da un sistema di pressione negativa, l'aria entra, non esce e viene cambiata 12 volte al giorno. L'errore umano non è consentito. Da queste stanze è stato dimesso proprio ieri il medico italiano di Emergency posto sotto osservazione per sospetta ebola al rientro dalla Sierra Leone. Si era presentato spontaneamente perché aveva avuto contatti con un altro sanitario poi risultato infetto e trasferito in Germania e i suoi parametri suggerivano un ricovero. Ma dopo 21 giorni non ha mostrato alcun sintomo ed ora è tornato a casa. Il professor il Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani, divide la sua vita tra video conferenze con i medici di tutta Italia, consulti improvvisi al telefono per operatori dei pronto soccorso, interviste, e si dice ottimista: «Un'epidemia nel nostro Paese è impossibile. Non dobbiamo confondere la tragicità della situazione dei paesi africani con la nostra. Il virus non si trasmette per via aerea». L'importante, spiega, «è far arrivare un'informazione chiara e combattere la psicosi collettiva». E cosa dire ai medici e infermieri in rivolta? «L'importante essere pronti e scrupolosi e nell'eventualità di casi sospetti seguire il protocollo alla lettera». All'accettazione dello Spallanzani tutto è pronto per affrontare l'emergenza. Due ambulanze sono attrezzate con barelle avvolte da un telo di bio-contenimento. L'aeronatica militare ha messo a disposizione due C-130 per il trasporto di casi sospetti. A Fiumicino (come a Malpensa) sono stati predisposti «canali sanitari» nel caso atterrasse un aereo con un paziente sospetto. Finora nel nostro paese si sono contati una ventina di falsi allarmi, soprattutto tra i passeggeri di aeroporti e porti. Talvolta anche uno starnuto viene scambiato per ebola. «Ma l'epidemia non rappresenta un allarme per l'Europa, anche se nessuno può escludere che malati arrivino via mare o per via aerea», spiega Giovanni Rezza direttore del Dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di Sanità. «Le epidemie di ebola sono periodiche in Africa e questo non è un elemento di preoccupazione perché i focolai umani si espandono per contatto diretto con un animale o una persona infetta. La fase di incubazione è molto breve e per questo motivo è più facile che ebola possa arrivare per via aerea. È molto improbabile che il virus arrivi con migranti, via mare». E la questione dei rimpatri in Italia di eventuali malati? «È giusto far rientrare i propri cittadini contagiati, ma solo dopo un'attenta valutazione». E a chi gli chiede se l'Italia possa fare di più per combattere il virus, Rezza replica con parole chiare: «L'Oms ha chiesto a tutti i Paesi di dare un contributo per gestire l'emergenza nelle aree colpite. Centinaia sono gli specialisti inviati. Ma gli italiani lì sono appena una decina». ©RIPRODUZIONE RISERVATA