Addio a Reale, platonico di Lomellina
Nato a Candia Lomellina il 15 aprile 1931, Giovanni Reale ha frequentato il Liceo classico a Casale Monferrato e si è laureato in Filosofia presso l'Università Cattolica di Milano nel 1954. Si è poi perfezionato in Germania dal 1954 al 1956 a Marburg an der Lahn e nel 1957 a Monaco di Baviera. Ha ricoperto la cattedra di Storia della filosofia presso l'Università di Parma dove ha insegnato anche per un triennio Filosofia morale, è stato anche ordinario di Storia della filosofia antica presso l'Università Cattolica di Milano. Molte le sue opere diventate punti di riferimento per gli studiosi, oltre alla ormai classica Storia della filosofia antica in 5 volumi (1975, più volte riedita). ROMA Giovanni Reale, filosofo e professore emerito dell'Università Cattolica di Milano, è morto ieri a 83 anni. Grande interprete di Platone, è stato autore insieme a Dario Antiseri del manuale che ha accompagnato intere generazioni di liceali, "Il pensiero occidentale dalle origini a oggi", edito da La Scuola. L'ultimo libro "Cento anni di Filosofia. Da Nietzsche ai nostri giorni» (scritto sempre con Antiseri), uscirà in libreria nel gennaio prossimo. Da anni il professor Reale viveva sulle sponde del lago Maggiore, a Luino, anche se la sua Lomellina - era originario di Candia - non l'aveva mai dimenticata. «E'una terra che resta nel sangue, prima ancora che nella memoria. Adoravo le giornate con la nebbia, ai primi di novembre, con le piante piene di galaverna: è l'incanto poetico della mia infanzia, una cosa unica. E poi il colore del grano, del riso maturo: quei campi gialli sono di una poesia stupenda. La campagna della mia infanzia però non conosceva diserbanti, e il biondo del raccolto era tempestato dal rosso dei papaveri e dal blu dei fiordalisi. Quel paesaggio è rimasto dentro di me» ha raccontato in un'intervista al nostro giornale di cui riportiamo di seguito alcuni passi. Professore, cosa ricorda della gente di Lomellina? «Mi piaceva il modo di vivere del paese, molto diverso da quello di oggi. Ognuno viveva per l'altro, nel bene e nel male: un'ottica di solidarietà che coinvolgeva tutta la comunità nel portare aiuto a chi era malato, ad esempio. E se le cure non avevano successo ci si stringeva tutti attorno alla famiglia al funerale». Cosa faceva la sua famiglia? «I miei erano piccoli agricoltori, che mi hanno insegnato il culto del lavoro. Se non fai tutto al momento giusto la natura non mi perdona, diceva papà, ed è vero anche lontano dalla campagna. Ci sono tempi e modi da rispettare nella vita. Quando mi sono laureato a Milano il mio professore mi ha chiesto cosa volevo fare. Insegnare, dissi io. Lui mi spiegò che avevo un talento che chiedeva di essere rispettato, di cui avrei dovuto rendere conto. Mi spinse ad andare in Germania, pur dicendomi che l'Università non aveva fondi e lui non poteva spingermi nemmeno nei concorsi, e avrei dovuto sgobbare il triplo. Ho imparato molto dai miei editori, Rusconi e Bompiani: per me un libro deve essere bello, buono e accessibile. Cose semplici, che però molti miei colleghi ignorano: a me ricordano quei criteri di buon senso e di onestà che ho imparato nella mia infanzia. Venire dalla Lomellina abitua a una vita severa e senza segreti: in un paese tutti sanno tutto di tutti, e ti obbligano a ragionare sul cosa dicono di te». Cosa ricorda della guerra? «Quando facevo le medie bombardarono il ponte di Casale quindi niente treno, mi toccava andare in bici fino al Po e poi attraversare in barca. E guai ai ritardi, non eravamo giustificati. Poi ricordo l'aeroplano Pippo, gli ho visto mitragliare un carro sotto i miei occhi. Hanno bombardato anche a Candia, centrando casa di mia nonna: la bomba cadde sul letto, ne rimasero soltanto le piume, ma lei frugando tra le macerie riuscì perfino a ritrovare il suo borsellino con dentro i pochi spiccioli che avevamo allora». Torna mai a Candia? «Quando torno oggi mi deprimo, vedo la morte del mio paese, le vie trasformate. Devo fare uno sforzo e ricordare che ho avuto tutto il paese contro quando ho scelto di andarmene per seguire la vocazione della filosofia: ero uno che abbandonava la terra, peccato imperdonabile per una civiltà contadina»