IL PIÙ VERO DRAMMA NAZIONALE

di VITTORIO EMILIANI È la terza disastrosa alluvione che colpisce e sconvolge Genova in cinque anni. Le polemiche riguardano soprattutto il mancato preallarme della Protezione civile e del Comune, ma c'è ben altro a monte di quel pur deplorevole ritardo. Perché Genova? Ma potremmo dire perché il Gargano, Olbia, la foce del Tevere, la collina trevigiana o Messina? Perché la nostra bella Italia è sfigurata dal cemento+asfalto e quindi resa fragilissima? Genova poi è un caso da manuale dell'imprevidenza di massa, anche della stupidità e del menefreghismo. Sono passati ben 44 anni dalla tragica alluvione del dicembre 1970, che seminò lutti e devastazioni. Mi ci trovai in mezzo, inviato ad un convegno marittimo alla Fiera del Mare dove rischiammo di rimanere sommersi dalla piena di Bisagno e Polcevera. Riuscimmo a scappare, a piedi, verso il centro di piazza De Ferrari e da lì vedemmo che la città a monte illuminata e pressoché normale, mentre verso Brignole tutto era buio e sommerso. Il giorno dopo scoprimmo che i letti di fiumi e torrenti a monte non erano stati ripuliti da quando gli ultimi contadini se n'erano andati e che in basso gli stessi erano stati improvvidamente occupati e rialzati da orti, campi da calcio e da tennis in serie, circoli sportivi e ricreativi, creando così le condizioni ottimali perché straripassero. Negli anni successivi si è continuato a cementificare le alture genovesi, quasi a strapiombo sulla città, coi Forti antichi che sorgono fra 400 e 800 metri di altitudine, a desertificare campi e pascoli. Col risultato di far piombare le acque piovane a valle, sulla città, ad una velocità un tempo rallentata da boschi, coltivi, terrazzamenti, ecc. ed ora divenuta pazzesca grazie all'asfalto. In basso poi si sono lasciati costruire edifici, anche di notevole cubatura a filo delle sponde, o sul percorso dei corsi d'acqua, tombando torrenti che in regime di piena "esplodono" letteralmente invadendo case e strade divenute a loro volta vorticosi corsi d'acqua. Nel Sud tutto è aggravato da un disperante abusivismo edilizio che ha costipato colline, pianure, ripe di fiumi, alvei di torrenti e fiumare. Ma anche a Genova non si scherza quanto a stravolgimento del tessuto urbano. Ci si può rassegnare a tutto ciò? Assolutamente no. Che si può fare? Molto se si concentrano subito fondi e investimenti sulla difesa e la ricostruzione idrogeologica dell'Italia, sulla messa in sicurezza ambientale, anche anti-sismica (dove ci sono più frane, i terremoti risultano devastanti). È il più vero, urgente, incombente dramma nazionale, da affrontare con un non meno urgente e adeguato piano nazionale, articolato per regioni, per bacini idrografici. Il suo costo è stato calcolato in 40 miliardi scalati in più anni, ovviamente. Tanti. Però se non si comincia mai, lo sfacelo aumenta e con esso i danni, i morti, gli sfollati, i senza lavoro. Nel 1989 la tanto deprecata Prima Repubblica si era data un'ottima legge, la n. 183, che istituiva Autorità di Bacino, da quelle nazionali (sette) alle locali, sul modello dell'Authority del Tamigi che aveva risanato il grande fiume, la rete idrica e protetto l'ambiente. Là l'Autorità funziona avendo riunito in sé i poteri di ben 11mila enti. Qui Comuni e Regioni insofferenti di una Autorità superiore si sono applicati con puntiglio a smontare e a svuotare quella buona legge. Queste non sono più "calamità naturali". È un suicidio di massa. Bisogna ridare poteri alle Autorità, stroncare l'abusivismo con pene esemplari (il 90 per cento delle costruzioni a Olbia o nel Gargano sono abusive!), demolire subito tutto ciò che ostruisce alvei e aree di golena, creare cooperative giovanili che sistematicamente ripuliscano i letti di fiumi e torrenti, canali e canalette di adduzione a monte, concentrare su questo quadrante gran parte dei fondi pubblici. Un Salva Italia strategico, pianificato insomma: altro che questo Sblocca Italia teso a eludere vincoli e piani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA