I «generalissimi» al comando nel libro di Cervone
Da Cadorna a Petain, da Haig a Hinderburg. La guerra 1914-18 consegnò per la prima volta il comando di eserciti di milioni di uomini ai generali in capo. Uomini su cui pesavano responsabilità tremende, ma che, nella maggior parte dei casi, mancarono clamorosamente la prova. Non perchè fossero dei felloni senza senso dell'onore, ma piuttosto perchè, con rare eccezioni, di fronte al cruciale interrogativo strategico su come superare trincee pesantemente protette da mitragliatrici e artiglieria, non seppero fare di meglio che lanciare i loro soldati all'assalto, praticamente a petto nudo, guadagnandosi nel migliore dei casi l'epiteto di «macellai». Pier Paolo Cervone, giornalista e storico (è stato caposervizio de "La Stampa"), traccia i profili di quei professionisti delle armi, con il suo «I signori della Grande guerra. Storia di generalissimi e di battaglie» (Mursia, pp. 426, 18 euro). Si comincia con Luigi Cadorna, lo stratega delle 12, sanguinosissime offensive dell'Isonzo e della rotta di Caporetto, per chiudere con l'americano Pershing, al centro della riscossa alleata del '18.