L'OPINIONE
Di commenti e analisi e di previsioni su «come andrà a finire» dopo la riunione della direzione nazionale del Pd ne sentiremo ancora parecchi. Almeno fino alla conta del voto sulla riforma del mercato del lavoro così come voluta da Renzi e codificata in quel Jobs Act i cui contorni definiti e precisi ancora non sono del tutto noti. E che forse potranno ancora subire rimaneggiamenti e cambiamenti in corso d'opera. Ma c'è da scommettere che il Matteo nazionale non mollerà per arrivare ad aggiustamenti "al ribasso" della sua proposta, con compromessi che ne potrebbero snaturare la radicalità. Si vedrà poi in Senato cosa farà la minoranza del Pd. Al di là del merito, sul quale qui non si vuole entrare, della questione dell'articolo 18, è sul metodo che vale la pena di soffermarsi. Renzi ha fatto del Pd un qualcosa di profondamente diverso dal partito che è nato dalla fusione un po' a freddo tra quel che restava di un popolarismo asfittico, reliquato della sinistra Dc, e di un Pci-Pds-Ds che a Bad Godesberg c'era andato sì, ma forse senza crederci poi troppo, più per virtù dei tempi che per autentica convinzione dei suoi dirigenti. Ne ha fatto un partito costruito attorno alle sue convinzioni, un partito "personale", senza dare a questo termine connotazioni dispregiative, come ormai è pressoché inevitabile che siano tutti i partiti. A cominciare dai partiti non-partiti, come il M5S. Che è il più personale di tutti, proprietà quasi-privata dal suo fondatore e padre-padrone (con annesso guru). Renzi si fa forte del 40% e passa di cui ancora viene accreditato. E gli va riconosciuto di avere le capacità di dirigere quel partito esercitando una leadership davvero forte, che gli consente di portarlo sulle posizioni che vuole. E probabilmente andrà avanti così ancora per un po'. Almeno fino a quando l'Italia resterà nella situazione attuale, in cui non sembrano esservi alternative credibili al Pd riplasmato da Renzi in modo da potersi posizionare quasi al centro dello schieramento politico, spiazzando le diverse un po' patetiche tentazioni neocentriste in via di consunzione. E in modo da riuscire a presentarsi come alternativa credibile alla "vecchia politica", erede in questo (e non c'è niente di male in ciò) del primo Berlusconi della «discesa in campo» del 1994. Contro l'infantilismo iconoclasta di Grillo, e senza avere alcun reale e pericoloso avversario da battere sulla sua destra, dato il coma profondo di Foza Italia e l'inconsistenza del Ncd. Ma cosa succederà se e quando si vedrà che la scommessa di Renzi di «rifare l'Italia» ha modeste probabilità di essere vinta? Perché, pur senza volerci iscrivere al club dei "gufi & rosiconi", le probabilità sono davvero modeste. Per farle crescere, accorrerebbero più parole di verità e meno fuochi d'artificio verbali. Manuel Valls ha avuto il coraggio di dire ai francesi la verità: che la Francia ha vissuto per troppi anni al di sopra delle proprie possibilità. Ed è da lì che bisogna ripartire, anche in Italia, dove è successa esattamente la stessa cosa. E non bastano le riforme (sedicenti) epocali che Renzi promette: ci vogliono, anzi ci vorrebbero, risorse per il rilancio messe a disposizione da una finanza pubblica che è invece allo stremo, con un debito pubblico enorme, e che l'Europa "matrigna" della Cancelliera non consente di recuperare ancora a debito. Non senza motivo, peraltro. Ma se le riforme renziane non consentiranno che risorse provenienti dal mondo della finanza privata (dall'interno del Paese e da fuori ) si sostituiscano a quelle pubbliche per rendere possibile quel rilancio, la scommessa sarà perduta. Lo stellone italico voglia che non sia così. Ma se così fosse, che ne sarà allora del Pd di Renzi? Con la sua dirigenza spesso troppo disinvoltamente convertitasi al verbo del "partito nuovo" e del suo carismatico leader? Si pone dunque in modo drammatico il problema delle modalità di selezione di una classe dirigente del Pd all'altezza della sfida. Ma pochi sembrano essersene resi davvero conto.