Dall'Arcimboldo a Salvador Dalì Simboli e significati degli alimenti
PAVIA Dalle teste di verdura dell'Arcimboldo alla "Campbell's Soup Cans" di Andy Wharol: sarà dedicata al rapporto tra cibo e arte visiva la conversazione dal titolo "Banchetto per gli occhi"che Elisabetta Parente terrà il 24 ottobre. «Partirò dai pittori medievali che nelle loro botteghe tenevano olio, noci ed essenze da mangiare e da usare per miscelare colori e diluenti e arriverò all'arte contemporanea» spiega. Perché se è vero che in certe epoche l'arte ha illustrato momenti di vita concreti - come la raccolta e la preparazione di fiori e frutti a scopo medicinale – o la sacralità – come nei dipinti che hanno come soggetto l'ultima cena - è pur vero che il cibo è spesso diventato nelle mani degli artisti un mezzo per provocare. «Nei "tacuina sanitatis in medicina" scritti e miniati tra il 1300 e il 1450 venivano descritte le proprietà mediche di ortaggi, spezie e cibi, pretesto per illustrare vere e proprie ricette. Ma se passiamo all'espressionismo con i buoi squartati di Chaïm Soutine o il cibo usato da Salvador Dalì come esempio di corruzione, ecco che l'arte diventa un veicolo per rappresentare il malessere del primo '900». Un disagio che si traduce in disapprovazione del consumismo e del cibo globalizzato nell'opera "Patate fritte e ketchup" di Claes Oldenburg e in volontà di spiazzare lo spettatore nei "quadri trappola" dell'artista rumeno Daniel Spoerri, veri banchetti appesi al muro in verticale. «Distante dal cibo come simbolo di vita, Spoerri usa il cibo come oggetto ordinario : è il gesto di affiggerlo a una parete sfidando le leggi della gravità, a conferirgli un valore». Marta Pizzocaro