L'OPINIONE
segue dalla prima pagina (a leggere i giornali; a leggere i sondaggi la popolarità invece resta alta). Certo, troppe ambizioni e troppi fronti aperti, tutti assieme, scontentano molti. Certo, troppe promesse non ancora mantenute fanno diminuire la fiducia. Renzi ha mantenuto meno di quello che ha promesso. Nello stesso tempo, su alcuni fronti, ha realizzato più di quanto altri governi si azzardassero a promettere. Il bilancio, dunque, è ambivalente. Tuttavia, non è detto che tante critiche lo indeboliscano. Al contrario, agli occhi della pubblica opinione potrebbero persino rafforzarlo. Quello attuale non è un momento di crisi per il governo: ma un momento della verità. Che potrebbe aumentare lo slancio nel potenziare la sua iniziativa riformista e nell'attaccare quello che Renzi stesso considera il fronte conservatore. E il "tutti contro Renzi" potrebbe trasformarsi in un "Renzi contro tutti", aumentando la popolarità del presidente del Consiglio. Giovane premier del più giovane governo della storia italiana, può permettersi anche l'incoscienza del tentare il tutto per tutto, rischiando di deragliare e andare a sbattere, pur di seguire la propria strada senza subire troppe pressioni da quei "poteri forti" di cui molti, sia sostenitori che oppositori di Renzi, parlano in questi giorni, per demonizzarli o per rallegrarsi del loro ruolo. Di fatto, il premier è personaggio anomalo rispetto ai rituali del potere. Alle prese con la più grande crisi economica dal dopoguerra, prende le sue decisioni snobbando sia gli industriali (non partecipando ai loro salotti buoni, come i convegni dello studio Ambrosetti, che nessun premier precedente avrebbe osato disertare) che i sindacati (dimezzando i permessi sindacali e attaccando tabù come l'articolo 18). E nel paese dove la concertazione è un fine prima ancora che un mezzo, ascolta e commenta ma concerta poco, scontentando gli uni e gli altri, indebolendone il ruolo. Cattolico praticante, non ha il problema dei suoi predecessori, di destra ma ancor più di sinistra, di cercare il consenso di oltre Tevere a tutti i costi. E, senza troppo predicarla, pratica una laicità e un'autonomia radicale, laddove i laici si trasformavano spesso in baciapile, e i miscredenti in clericali senza fede: permettendosi lo sgarbo di dire al presidente della Cei di rivolgersi ai suoi collaboratori, o addirittura di non ricevere il Papa, come era previsto facesse in occasione della visita a Redipuglia, e pure di non andare al Meeting di Rimini di Cl, altro rituale che i laici della minoranza del Pd, così come gli esponenti delle destre, non avrebbero mancato per nulla al mondo. Attentissimo alla comunicazione mediatica, snobba sistematicamente i grandi giornali, che ricambiano l'antipatia con gli interessi: al punto che il direttore di un quotidiano con ampi trascorsi di infiltrazione massonica, come il Corriere della Sera, ha persino alluso a «uno stantio odore di massoneria» che emanerebbe dai suoi rapporti con Berlusconi: il che, detto a un boy scout, più che provocazione, è insulto. Infine, da segretario del partito, il Pd, che più di altri è stato il partito dei magistrati (così come Fi era quello degli avvocati), non esita a scontrarsi con quella che qualcuno considera la casta delle caste: ridimensionandone alcuni privilegi senza neanche coinvolgerli. La tentazione di recitare la parte del cavaliere solitario, dell'uno contro tutti, è problematica in un Paese di corporazioni potenti. E forse discutibile in generale. Ma alla pubblica opinione rischia di piacere in percentuale direttamente proporzionale alla durezza degli attacchi: che vengono da pulpiti assai poco popolari. Poi, o le riforme arrivano davvero, o il renzismo è finito. Ma il paese, a differenza di certe sue élite, sembra disposto ad aspettare la fine della legislatura prima di tirare un bilancio. Un po' di tempo, il premier ce l'ha ancora.