IL DECLINO DI "GIGGINO 'A MANETTA"
di LUIGI VICINANZA Uno scontro titanico. Il sindaco de Magistris contro il giudice de Magistris. "È una sentenza politica, si vergognino quelli che l'hanno emessa" urla il primo. "Ci si difende nei processi e ci vuole rispetto per la magistratura" ammonisce il secondo. Politica e giustizia ancora una volta ai ferri corti. Ma in questo violento bisticcio c'è una singolare particolarità. Il sindaco e il giudice che si contraddicono e sostengono tesi diametralmente opposte non sono due omonimi, ma la stessa persona. Che cambia pericolosamente atteggiamento in base agli anni che passano e al ruolo che di volta in volta ricopre. È il doppio volto di un moralizzatore dall'ego strabordante, prima pm dalle inchieste ardite partite dalla Calabria e proiettate sulla politica romana, poi eurodeputato a Strasburgo, infine sindaco di Napoli i cui cittadini erano stati conquistati dalla promessa di una colorata quanta invisibile rivoluzione arancione. La creatività popolare dei napoletani lo aveva prontamente ribattezzato come "Giggino (sì, si pronuncia proprio con due g) ‘a manetta". L'inquisitore fattosi giustiziere della politica. Finito a sua volta negli ingranaggi della giustizia e condannato mercoledì a 15 mesi per abuso d'ufficio commesso proprio nel corso dell'inchiesta "Why not", quella che lo ha reso famoso – pur senza mai approdare a nulla di concreto - e lo ha trasformato in un formidabile acchiappavoti. Sentenza di primo grado, dunque appellabile. Ma intanto incombe la legge Severino, già applicata per il Cavaliere di Arcore e altri anonimi amministratori locali. De Magistris rischia la sospensione dalla carica. Provvedimento doloroso, traumatico, ma secondo legge. Un uomo di diritto rispetterebbe sia pure a malincuore la sentenza emessa dal tribunale di Roma e la conseguente norma sanzionatoria che deriva dalla condanna. Invece apriti cielo. Come Berlusconi, peggio di Berlusconi. De Magistris anziché dimettersi chiede le dimissioni dei giudici che lo hanno condannato. Contesta il formalismo giuridico dei codici come un antagonista di un gruppuscolo anarchico; lancia accuse contro lo Stato senza riscontro. Una violenza verbale pari solo alla debolezza della sua esperienza amministrativa di primo cittadino della scassata capitale del Sud. Privo di fantasia, ancor più che di argomenti, il sindaco di Napoli appare come un triste replicante di tutta la retorica difensiva del berlusconismo. Azzurro o arancione che sia il populismo converge sempre nel rifiuto delle regole e nel ribaltamento delle norme valide per ogni normale cittadino. È triste, ma è così. Forte della sua dichiarata alterità morale "Giggino 'a manetta" spezza le manette - metaforiche, ovviamente - della legge; disgraziato messaggio per una città dove la legalità è ogni giorno a rischio, nei quartieri di periferia come nei palazzi del potere. Nuovo pessimo esempio in un'Italia dove la giustizia fatica a manifestarsi giusta. l.vicinanza@finegil.it @VicinanzaL ©RIPRODUZIONE RISERVATA