L'AMBIGUO FRONTE ANTI-JIHAD
di GIANCESARE FLESCA Per la prima volta dalla sua fondazione l'Assemblea generale dell'Onu riunita ieri si trova di fronte a due minacce globali. Una è di vecchia data e riguarda i malanni ambientali del Pianeta. L'altra, del tutto nuova, è rappresentata dallo Stato islamico. L'Is è il Male Assoluto. Nessuno dei Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite lo sostiene, e nessuno può sentirsi al sicuro da questo virus pericoloso quanto e più di ebola, e altrettanto rapido nell'espandersi. Appena due giorni fa l'infezione è arrivata in Algeria, dove un turista francese è stato catturato da gruppi che si richiamano alle Bande nere ed esibito come al solito in tv per chiedere alla Francia di fermare i raid aerei. Sintomi di contagio arrivano dal Libano e dalla Giordania. Al Palazzo di Vetro, ovviamente, la condanna del Califfo è unanime. Ma nella realtà intorno a questo sanguinario nemico universale, vivono ancora giochi politici occulti delle grandi potenze mondiali e regionali, all'insegna di un'ambiguità sempre più rischiosa e deleteria. Tanto per cominciare gli Stati Uniti da lunedì notte bombardano le basi dei terroristi nel nord della Siria. L'attacco però, annuncia il Dipartimento di Stato, non è stato in alcun modo concordato con Damasco, dove governa un regime che Washington vuole annientare. Tanto è vero che il Presidente e il Congresso hanno deciso di rifornire di armi e di soldi i "gruppi laici" addestrati dagli Usa che si oppongono ad Assad, senza paventare che si ripeta quanto già è accaduto, ovvero che mitra e lanciarazzi finiscano per cadere nelle mani degli jihadisti chiamati Khorasan, la fazione più estrema del movimento. All'attacco in Siria hanno partecipato anche cinque Paesi arabi: sauditi, giordani ed emirati vari: tutti Paesi che costituiscono lo zoccolo duro del potere sunnita, che molte responsabilità hanno avuto nella nascita e nella crescita dei gruppi wahabiti cui si ispirano i padri fondatori dell'Is. Tutto ciò determina la protesta di Putin, che aspira a diventare il protettore degli sciiti ma soprattutto quella di Rohani, il premier iraniano cui l'Occidente guarda con grande speranza anche in questa vicenda. In un'intervista alla Bbc Tony Blair ha detto che secondo lui la guerra contro al Baghdadi non si può vincere senza l'intervento di truppe di terra, precisando tuttavia che i "boots on the ground" non debbono essere necessariamente occidentali ma possono trovarsi nella Regione. E quale esercito regionale è più adatto allo scopo se non quello di Teheran, che ha già mandato in Iraq un'avanguardia dei suoi migliori combattenti? Un altro capolavoro di ambiguità lo offre il comportamento della Turchia. Dopo molte resistenze Ankara ha aperto le sue frontiere alla disperata fiumana di curdi iracheni in fuga dall'Is. Ma nello stesso tempo non permette ai militanti del Pkk (il Partito curdo dei lavoratori di Ocalan) di varcare in direzione opposta il confine, per unirsi ai peshmerga tanto apprezzati in Occidente quanto visti con sospetto da Erdogan il quale sa bene che ci sono 25 o 30 milioni di curdi in Turchia, e che un successo in Iraq aprirebbe di fatto la via alla nascita di uno stato curdo comprendente anche parte del suo territorio. Ma non solo i curdi e gli jihadisti sono interessati a cambiare le frontiere disegnate nel 1916 dagli accordi Sykes-Picot. Secondo alcune fonti molti ambienti Usa vorrebbero un Iraq diviso in tre stati, uno sunnita, uno sciita, uno curdo. La scelta del divide et impera, se fosse vera, darebbe almeno un senso più plausibile alla contraddittoria strategia di Washington. E Israele? Secondo Berlusconi vorrebbe liquidare l'Is con l'atomica. Berlusconate? Forse. Sta di fatto che ieri, per raffreddare il clima nella regione, Tsahal ha condotto una violenta azione di commandos a Hebron, in Cisgiordania, per uccidere i due palestinesi che a suo tempo rapirono e uccisero tre studenti ebrei. E nelle stesse ore Tel Aviv ha abbattuto un aereo siriano in volo sul Golan dove, e gli israeliani lo sanno benissimo, l'Is ha piazzato da tempo un proprio avamposto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA