LA NOSTRA STORIA »ANNIVERSARIO

di Roberto Lodigiani wVARZI Effimera, ma vitale, la repubblica partigiana di Varzi anticipa di sette mesi la Liberazione, avviando un esperimento di amministrazione democratica, pur tra contrasti e polemiche tra le diverse anime della Resistenza, nel cuore dell'Oltrepo scosso dall'occupazione nazista e dalla guerra civile. Un esperimento che segnava la riconquista, per quanto momentanea, delle libertà civili e di parola dopo i rigori del ventennio fascista. Accadeva nel settembre 1944, con l'attacco a sorpresa delle formazioni partigiane che costringeva alla resa il presidio della divisione alpina Monterosa. Nel settantesimo anniversario, quella pagina di storia che rappresentò uno dei momenti più alti della lotta di Liberazione in provincia di Pavia, viene ricordata con tre giorni di incontri e dibattiti promossi, tra domani e sabato, dall'Anpi varzese, presieduta da Rosanna Ansaldi, cugina di Angelo Ansaldi («Primula Rossa»), il comandante della brigata Capettini che fu lo stratega della battaglia. Tra i ragazzi ai suoi ordini c'era anche il varzese Luigi Persani, che nel '44 era un ragazzo di appena 17 anni e che conserva lucidi ricordi di quei momenti. La sua testimonianza e quelle di altri protagonisti sono state raccolte in una videointervista da Marco Savini. Persani, dunque, racconta di come divenne partigiano, dell'arrivo da Bressana di un gruppo di cecoslovacchi, «con due mitraglie Breda», degli alpini asserragliati nel municipio. Conquistata Varzi, nata la «Repubblica», Luigi e i suoi compagni sanno che si tratta di una parentesi, che la guerra «non è finita». Infatti, giunge l'autunno, a novembre i partigiani devono lasciare Varzi, incalzati dal grande rastrellamento invernale, quello dei «mongoli», delle violenze sulle donne dei cascinali dati alle fiamme. Persani si ritira verso Capannette di Pey, arriva a Corbesassi e al Brallo. Dove però li attendono i tedeschi. «Angelo ha fatto in tempo a scappare» (perderà una gamba in combattimento). Lui no, viene catturato e portato a Voghera, prigioniero in una cella del castello Visconteo, «16 scarpe di lunghezza per 6». Un brigadiere (della Gnr, la milizia di Salò) prova simpatia per quel giovane ribelle, lo aiuta, gli dà qualcosa da mangiare. Finchè, una mattina, Luigi salta su un cavallo e scappa. A Torre degli Alberi lo scambiano per un fascista a causa della giacca che indossa, ma riesce a farsi riconoscere. Dopo il 25 Aprile, si preoccupa per il brigadiere che lo aveva salvato e gli restituisce il favore evitando che finisca davanti a un plotone di esecuzione. «Ci siamo ritrovati poi da borghesi, io facevo il camionista, lui l'idraulico, al barino di corso Genova ogni volta era una festa». ©RIPRODUZIONE RISERVATA