Il protocollo, cosa fare per prevenire il contagio del virus
Lo scorso agosto il ministero della Salute ha stabilito il protocollo per affrontare il rischio ebola nel nostro Paese. E prevede che i pazienti ricevano rapidamente cure mediche, che siano indagati i potenziali fattori di rischio di infezione e le modalità di un loro recente viaggio (se fatto in una delle aree affette), che si accerti la presenza dei seguenti sintomi (soprattutto ad insorgenza improvvisa, entro 21 giorni dalla visita nelle zone colpite): febbre, mal di testa, mal di gola, diarrea profusa e vomito (una caratteristica rilevante dell'attuale focolaio), malessere generale. Febbre emorragica virale deve essere sospettata in soggetti con febbre (superiore a 38°) o storia di febbre nelle ultime 24 ore: che hanno visitato una zona affetta da ebola entro 21 giorni o che hanno curato o sono entrati in contatto con i fluidi corporei o campioni clinici di un soggetto (o di un animale), vivo o morto, malato o fortemente sospettato di avere la febbre emorragica virale. In caso si sospetti febbre emorragica virale, non devono essere trascurate diagnosi alternative (come la malaria). Se il medico consultato ha il sospetto di ebola, si metterà in contatto con il reparto di malattie infettive di riferimento per la gestione del paziente. In caso di conferma, contatteranno l'Istituto nazionale per le malattie infettive "Lazzaro Spallanzani" di Roma, per confrontarsi sulla diagnosi e per l'eventuale gestione del paziente.