Doping ematico, da Pavia la svolta

PAVIA Come presidente della Società italiana di ematologia, Bernasconi era stato chiamato dal Coni per sviluppare la campagna «Io non rischio la salute» per prevenire il doping ematico, sia con eritropoietina che con auto trasfusioni. Alla campagna Bernasconi aveva lavorato con Mario Cazzola, che nel 2000 era associato in Ematologia. «La campagna doveva servire a bloccare soprattutto il doping con eritropoietina – ricorda Cazzola – e i principi del protocollo sono stati adottati anche a livello internazionale». L'obiettivo era definire quello che viene chiamato il "passaporto ematologico": i parametri del singolo individuo sono definiti, non possono cambiare eccessivamente e se cambiano si è in presenza di doping. «Ora è stato adottato anche dall'agenzia internazionale anti doping, la Wada, ma il concetto del passaporto ematologico era nato proprio in questa campagna». Carlo Bernasconi è stato presidente della commissione scientifica antidoping del Coni dal gennaio 1997 all'ottobre 2000. Bernasconi era stato chiamato dall'allora presidente Pescante. Tra le prime iniziative aveva stabilito i criteri dell'ematocrito: gli atleti con un ematocrito superiore a 50 venivano fermati. Aveva anche fatto parte della commissione che all'Istituto superiore di sanità lavorò al primo «Piano sangue nazionale», ed era stato nella commissione nazionale per il servizio trasfusionale. Di Bernasconi va ricordata anche l'intensa attività scientifica: oltre 400 articoli, la maggior parte pubblicati su riviste internazionali.