Il Borgo raso al suolo «La mia vita da sfollato»
di Pier Angelo Vincenzi wPAVIA Rino Zucca, 93 anni, ricorda tutto come se fosse ieri: quando Pavia fu bombardata dagli alleati lui, cavaliere del lavoro con la passione per la poesia, di anni ne aveva 23. «Fui dispensato dal servizio militare perché cieco da un occhio, quindi a differenza di tanti miei coetanei ero a Pavia in quegli anni». Anni terribili che si sono impressi nella sua mente. «Negli inutili bombardamenti del settembre 1944, inutili perché non spostarono di un millimetro gli equilibri in campo, la mia famiglia perse la casa. Stavamo in via Milazzo, in Borgo basso, la nostra abitazione fu l'unica a rimanere danneggiata. Il 12 settembre ci ritrovammo senza un tetto». E così la famiglia Zucca andò a ingrossare le fila degli sfollati. «Mio papà Giovanni, reduce della Grande Guerra, morto a soli 53 anni subito dopo il secondo conflitto mondiale, conosceva una signora di Travacò che si offrì di ospitarci all'aperto, in un cortile. Caricammo il carretto del mio papà - gli rimaneva solo quello, il cavallo era stato venduto dal momento che aveva smesso di fare l'ambulante per l'aggravarsi di una grave malattia presa sul fronte dell'Isonzo, il morbo di Pott, una forma di Tbc che colpisce la colonna vertebrale - e andammo in questa cascina. Dormivano in un sottotetto. A pranzo si andava a prendere la minestra in una scuola di Mezzano, un rifugio per tanti sfollati come noi, la sera invece ci arrangiavamo. Il 20 settembre cominciò a piovere a dirotto, non potevamo più vivere all'aperto. Caso volle che il giorno stesso incontrassi il podestà di Travacò, Pierino Bruschi, cui chiesi aiuto. Lui ci trovò una stanzino vuoto che si trovava nell'essicatoio all'angolo tra la cascina Balena e la cascina Muggetti. Come sistemazione non era un granché ma almeno mia mamma poteva andare a lavorare in borgo, dove aveva aperto una lavanderia». Papà Giovanni non poteva più lavorare: «Stava quasi sempre seduto, la malattia lo aveva reso gobbo e lo stava uccidendo, e la mamma Pierina doveva tirare lei il carretto». A fine settembre i bombardamenti non erano cessati, anzi: «E sarebbero continuati fino a quando il ponte non fosse crollato – dice ancora Zucca – La mattina del 23 settembre mi stavo recando al lavoro in via dei Mulini, facevo il tipografo, quando incontrai il professor Raffaele Ravetta che era stato il mio insegnante di matematica alla scuola di avviamento industriale Franco Maggi. Un po' mi intimidiva, non era una persona espansiva, ma quel giorno fu molto cordiale. Mi raccontò che anche la sua famiglia era sfollata a Mezzano. Quel giorno voleva tornare in Borgo - abitava in via dei Mille davanti all'oratorio - perché voleva recuperare qualche libro. E proprio quel giorno, gli aerei alleati sorvolarono il ponte da sud a nord. Decine di persone cercarono rifugio sotto il famoso Tombone, un tunnel naturale che si trovava dalla parti del Gravellone. Tra loro c'era anche quel mio professore di matematica. Il Tombone fu centrato in pieno da una bomba, i morti furono decine. Un massacro insensato. Il professor Ravetta ebbe la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La sua morte mi impressionò molto».